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domenica 2 agosto 2020

Punta Nord del Paraciaval (3242 m.)

Se qualcuno un giorno volesse provare di persona quanto le carte di montagna possano essere talvolta ingannevoli, provi a salire sulla Punta Nord del Paraciaval: sono due punte, anzi tre; sono parecchio a sud del Colle della Valletta, anzi, sono praticamente a pochi passi dal Colle; sono concatenabili, anzi no; la nord è la più alta, anzi, lo è quella centrale. In realtà chi vorrà salire sulla Nord del Peraciaval avrà modo di verificare di persona la sua prossimità al Colle, non più di 10 minuti, l'inaccessibilità delle altre due vette e la sua reale altezza, 3242 m., altimetro alla mano.
Il Lago della Rossa
Il 1° di agosto del 2020, lasciata l'auto all'altezza dell'Alpe Barnas (1700 m.), posta al fondo del vallone che da Usseglio risale il torrente d'Arnas, abbiamo percorso i 6 km di asfaltato e di sterrato (compresa una lineare galleria di circa 500 m.) che conducono con ampi tornanti alla Torre, una delle tante costruzioni dell'Enel presenti in zona, posta nei pressi di un laghetto che nessuno ha saputo battezzare con un nome proprio se non con "Lago dietro la Torre", a quota 2366 m. Da lì, prima proseguendo su sterrato, poi risalendo lo spallone erboso della Cresta dei Gurgiun, siamo giunti al bellissimo Lago della Rossa (2718 m.), un bacino artificiale contenuto da un diga dell'Enel, posto ai piedi del Croce Rossa ed al cospetto della Punta d'Arnas. Percorsa la diga e fatta scorta di acqua nei pressi del bel bivacco S. Camillo, abbiamo proseguito lungo la sponda sinistra del lago (ricco di trote) in direzione del Colle dell'Altare, seguendo il tracciato del Tour della Bessanese ben segnato da tacche rosse-bianche e numerosi ometti.
Verso il Colle dell'Altare

Dopo l'estasi dello spettacolo alpino fatto di acqua, roccia, cielo e ghiaccio, dunque, superiamo le pietraie che si gettano nel lago e, approfittando dei numerosi residui di neve di questo inizio d'agosto, risaliamo le pendici del Colle attraverso un canalino innevato che taglia lo spartiacque tra le pendici del Croce Rossa e la Cresta del Cügni. A 2900 m. svalichiamo il Colle dell'Altare per discendere verso il Pian Sabiunin, il pianoro posto sotto i laghi del Pieracial. Qui troviamo lo pluricentennale Rifugio Cibrario, un accogliente rifugio CAI a 2616 m. di quota, storica eredità della famiglia Re Fiorentin e, più ancora, del Vulpot (il sig. Guido Ferro Famin) in grado di ospitare fino a 42 persone.
Il Cibrario
Trascorsa la notte al Cibrario, la mattina del 2 agosto partiamo per il Colle della Valletta. Rimontiamo il sentiero che parte subito ripido ad O del rifugio e che ad ogni passo guadagna quota sul bel pianoro del Sabiunin, fino a toccare l'estremità S dello splendido lago di Peraciaval (2745 m.). Qui, attraversando la cascatella che dal lago si getta nel pianoro non possiamo non ammirare l'imponente mole del Sulè, del Lera e di tutte le vette che ci fronteggiano scure, cariche di ombre e levigate dall'acqua. Dopo qualche passo relativamente pianeggiante, comincia la ripida ascesa al Colle in direzione NO su pendii di pietrame, spalle erbose e tratti detritici, fino all'ampia depressione che caratterizza il Colle della Valletta a quota 3207. Da qui, come già detto, in pochi minuti, risalendo la cresta a sinistra, giungiamo sulla Punta Nord del Peraciaval (3242 m.). In cima troviamo solo un paio di ometti ma, in compenso, ci godiamo un panorama meraviglioso, dal Glacier  de la Vallettaz giù in basso fino alle vette più alte della Punta Valletta, del Croce Rossa, dell'Ouille du Favre.
Glacier de la Vallettaz
Dopo le foto di rito, scendiamo rapidamente ritornando sui nostri passi fino al Rifugio e poi proseguiamo per il sentiero 118, il classico tracciato di chi desidera salire al rifugio da Margone o dall'Alpe Barnas. Dalla conca del Peraciaval, il sentiero discende alternando ripidi zig-zag a lunghe diagonali fino al ponticello di legno che consente l'attraversamento del Rio proprio al di sopra delle sue forre (2324 m.). Scendendo per tornanti e diagonali, ampi scorci e ontani, attraversiamo un canale molto eroso e giungiamo in prossimità delle cascatelle formate dal Rio della Lera in caduta ripida. Qui, subito dopo il torrente incontriamo il bivio dove il sentiero consente di proseguire diritto per Margone o di scendere ripido verso il vallone d'Arnas. Imbocchiamo dunque il sentiero a sinistra, il 120, e scendiamo rapidamente lungo pratoni e tratti rocciosi fino ad incrociare un tracciolino, la vecchia decauville costruita in passato per i lavori della diga del lago di Malciaussia.
Il laghetto di Peraciaval
Un centinaio di metri a destra sulla decauville e riprendiamo il sentiero che si getta nella valle attraversando boschi di ontani e prati coltivati a foraggio, fino a giungere ad un ponticello che consente l'attraversamento del Rio d'Arnas, a quota 1550, un chilometro circa più in basso dell'auto parcheggiata.
Un percorso, dunque, ad anello, lungo ma affascinante, con circa 2000 m. di dislivello da affrontare in due giorni e davvero molti chilometri, in un ambiente ancora selvaggio seppur fortemente antropomorfizzato da dighe, vecchie teleferiche e tracciolini. Da consigliare assolutamente ai più allenati.

mercoledì 29 luglio 2015

Croce Rossa, o le Croix Rousse (3566 m.)



Il vallone del Rio Arnas dalla forra
La Croce Rossa è una bella e massiccia cima rocciosa situata sulla cresta di confine tra il Colle della Valletta e il Passo Martelli, in Val di Viù, punto culminante di una lunga cresta che, partendo dalle zone del Monte Collerin (3.475 metri) e passando dall'Uja Bessanese e dalla Punta d'Arnas, giunge sin qui e poco oltre. Costituisce così il versante più occidentale delle Valli di Lanzo. Si presenta particolarmente attraente dal versante orientale dove precipita con erte pareti. Numerosi itinerari sono stati realizzati ma la roccia è quasi ovunque rotta e malsicura. Sul versante nord-est, che domina il Lago della Rossa, vi è addirittura un piccolo ghiacciaio pensile (o ciò che ne rimane). Il primo salitore fu Antonio Tonini, nel 1857. Inutile dire che, essendo un punto molto elevato e centrale, in una zona oltretutto molto ampia, gode di uno stupendo panorama.
Percorsa la Val di Viù e oltrepassato il Comune di Usseglio (il cui nome pare derivare dalla divinità celtica "deus Occellus", come per Usseaux in Val Chisone e Oulx in Val di Susa), si parcheggia l'auto nella piazzetta del Comune di Margone (1410 m.) e, a lato del bar, si imbocca una stradina che attraversa tutto il paese, sbuca su uno sterratore da caterpillar, si inoltre nel bosco e lo risale fino ai ruderi di Trapette (1704 m.). È il sentiero 118. Si prosegue nel bosco fino ad attraversare un ampio pratone e, poco oltre, i resti della decauville che servì per la costruzione della diga del lago di Malciaussia. Lì, un cartello indica la direzione per il Rifugio Cibrario. Il 118 continua la sua risalita puntando sempre più a destra, in direzione del vallone del Rio Arnas, svolta nel vallone laterale (1900 m. circa), e prosegue con un lungo tratto pianeggiante, una specie di balcone d’erba tra due siepi che sembra fatto da una barra falciatrice. Si passa sotto la “Fonte della Lera” (invisibile), si attraversa il Rio della Lera (senza quasi accorgersene) e, a questo punto,  il sentiero comincia a salire in modo sostenuto. Si entra così in un vallone, tra le "prigioni della Lera" (la cresta di sinistra, per chi sale) e la Cresta Moncortil (a destra) e si giunge fino a quota 2324 m., dove un moderno ponticello di legno consente l’attraversamento del Rio Peraciaval. Qui è possibile ammirare alcune bellissime marmitte di erosione scavate dalla forza dell'acqua della forra. Dal ponte, con alcune svolte ripide, si raggiunge il rifugio Luigi Cibrario (2616 m.) in un vasto piano, il Pian Sabiunin - ma che tutti conoscono come Peraciaval -, visibile solo all'ultimo.
Il Pian Sabiunin con il rifugio Cibrario
Il rifugio Cibrario prende il nome dal suo ideatore, Luigi Cibrario, presidente del CAI di Torino per vent'anni e originario di Usseglio. Fu lui a volere il rifugio a Peraciaval nel 1890, una struttura di 15 mq. Il giorno della sua inaugurazione, il 28 luglio 1891, il Cibrario salì sulla Croce Rossa insieme a Vaccarone, Rey, Gonella, Devalle, Corrà e Palestrino, il meglio dell'alpinismo di quell'epoca. Il rifugio poi conobbe numerosi ampliamenti: nel 1914 venne preso in gestione dalla famiglia Vulpot di Villaretto, nel 1939, nel 1945 e, finalmente, negli anni 70, grazie alla gestione della sezione CAI di Leinì.
Dal rifugio si prosegue lungo il sentiero 118 in ripido traverso, una rampa ben tracciata che parte dietro il Cibrario e si dirige in direzione est fino al lago Peraciaval (2745 m., la tabella al rifugio dice 20 min.), una perla paradisiaca abbellita da una cascatella spettacolare.
Il Lago Peraciaval
Da qui il sentiero rimane sempre ben evidente e ben tracciato (linee rosse ed ometti) e si dispiega su un lungo percorso che, risalendo tortuoso il pendio est di pietrami, porta direttamente al Colle della Valletta (3.207 m.). L’ultimo tratto prima del colle diventa detritico e composto in gran parte da sfasciumi, tuttavia facile. Questo colle, insieme al Colle dell'Autaret, era l'antica via dei contrabbandieri che portavano in Francia riso e rientravano in valle con sale di Provenza. I suoi sentieri furono per secoli antiche piste di caccia, battute dai cacciatori di orsi, di camosci e di stambecchi, i veri autori di questa rete viaria d'alta quota. Da qui transitavano perfino i minatori di rame, di cobalto e ferro che, a dorso di mulo, trasportavano i minerali a valle, giù a Lemie. Dal colle è possibile vedere per la prima volta la vera cima della Croce Rossa, che rimane sulla sinistra del filo di cresta, nell'apparente punto di minor altezza della stessa. A questo punto occorre seguire una traccia di sentiero sulla destra, sempre segnata con bolli rossi e ometti. Si scende di qualche metro sulla pietraia del versante francese, si risale il pendio su roccette e sfasciumi e si attraversa una piccola lingua di ciò che rimane della parte superiore del Glacier de la Vallettaz (testa del Glacier du Baounet), una volta molto esteso.
La madonnina della vetta

Dopo aver compiuto l'attraversamento verso nord del vallone sopra grandi e medi massi, leggermente in ascesa, ci si porta alla base di un canalino ancora invaso dalla neve, di notevole pendenza, lungo il quale la traccia prosegue, più faticosa. E’ questo il punto che richiede maggiore attenzione.  Oltre il canalino, che si risale forzando alcuni tratti su roccia, il sentiero si fa man mano sempre meno marcato, ma anche meno ripido e più stabile; si sale, dunque, con stretti tornanti su terreno infido, composto da piccoli sfasciumi, e direttamente puntando alla statuetta della Madonna ben visibile sulla cima. Ormai la cima è sulla verticale ed occorre puntare alla cresta immediatamente alla destra della madonnina. Da qui, in pochi minuti, si è in vetta.
In totale, 2156 m. di dislivello, 1206 il primo giorno e 950 il secondo.

martedì 5 agosto 2014

Torre d'Ovarda (3075 m.)



La Torre orientale dal pianoro Gta

Se cercate le informazioni basilari su una cima in Val di Viù chiamata Torre d'Ovarda troverete quanto segue: Torre d’Ovarda (3075) dall’Alpe d’Ovarda (1890); dislivello complessivo: 1185 m.; difficoltà: EE/F. Descrizione itinerario: tra Lemie e Chiandusseglio si svolta a destra per le frazioni Mola, Fontane, Inversigni (strada asfaltata fino a Inversigni poi sterrata in buone condizioni). Giunti alla grange dell’Alpe d’Ovarda si risale il Vallone d’Ovarda su sentiero segnato con tacche rosse e bianche. In breve tempo si giunge a un pianoro caratterizzato da un enorme masso erratico ed una palina che indica le varie direzioni della Via alpina-Gta (2263). A sinistra si risale il sentiero che conduce al Colle di Costa Fiorita (2440). Giunti sul Colle, bisogna seguire la traccia che corre al di sotto della Torre d’Ovarda, il “sentiero dei camosci”, e che percorre tutta la parte terminale del Vallone del Servin che viene su da Villaretto, frazione di Usseglio. A quota 2700 circa, dopo aver attraversato alcuni canaloni che scendono dalla Torre (franati e slavati) e superato diverse crestine, si inizia a risalire, senza percorso obbligato, fino alla vetta (3075), avvalendosi di gambe (ovvio) e braccia.
Il sentiero dei camosci
Detto così sembra facile ma la Torre d’Ovarda è, in realtà, una cima discretamente impegnativa. Questo il mio personale resoconto al termine dell'escursione del 5 agosto 2014. Partenza dall’Alpe alle 8.30; salgo praticamente seguendo le buse di vacca, fin sul pianoro. Arrivo al pianoro alle 9.35, crocevia per diversi sentieri e svalichi. Uno sguardo al barometro: hPa 775. La Torre è in direzione nord-ovest. Salita al colle, direzione ovest. Qui finiscono le merde di vacca ed iniziano quelle di stambecchi e camosci. Sul Colle di Costa Fiorita (2440) alle 10.45. Da qui sparisce il sole: l’intero itinerario di risalita è sempre in ombra o coperta da nebbia. Metto il casco. Il sentiero dei camosci non è un balcone: specie se bagnato. Avvisto un paio di stambecchi. Cacche di camosci e stambecchi ogni due metri. Erba bagnata, sentiero veramente a rischio sparizione. Alle 10.35 sono più o meno a 2550 m, il barometro segna 750 hPa. Alle 11.05, a 2700 m., controllo ancora il barometro, hPa 735: buono, sale con regolarità. La nebbia del fondovalle impedisce qualsiasi visibilità del tratto superiore. Mi arrampico a quattro zampe su una crestina. La roccia è friabile e bagnata in molti punti. Corro anche qualche rischio ma non ho nessuna intenzione di tornare indietro come due anni fa. Grazie al casco evito un paio di buchi sulla testa per rocce sporgenti che, arrampicando, non vedo.
In vetta
In vetta alle 11.45, hPa 700. Omino di pietre, madonnina in ceramica avvolta in un manto celeste e mattonella con lunga citazione evangelica: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,20-21). Qualche schiarita di qua, sulla Val di Viù, e di là, sulla Val di Ala. Foto, panino, sigaretta (niente caffè stavolta), poi ancora nebbia, zero panorama. Inizio a scendere alle 12.30 circa. Discesa difficile per roccia bagnata, brutta. Ho la sensazione che degli uccelletti mi indichino la via posandosi sempre venti metri davanti a me nei momenti di dubbio. Coincidenze.
Giovane camoscio
Incrocio il sentiero dei camosci nel punto in cui avrei probabilmente dovuto attaccare la Torre, cento metri dopo da dove sono salito. Alle 13.35, ormai sul sentiero, faccio una pausa. Al Colle alle 13,55: seconda pausa di una mezzoretta, questa volta per il pranzo. Sotto di me un'intera famiglia di stambecchi riposa accovacciata su un cono detritico: beati loro. Guardo la cima ed è ancora incredibilmente coperta da nebbia mentre tutt’intorno splende il sole. Una rocca davvero severa questa Torre d’Ovarda, scura e accigliata. Approfitto del pranzo per un’esplorazione del colle: a sinistra, poco più in là, croce arrugginita in memoria di due uomini morti fulminati nel 1923; vari segni Gta e scritta su roccia risalente all’80. Dopo il colle, incontro ravvicinato con un giovane camoscio. Marmotte. Gli uccelletti continuano a precedermi di venti metri. Strani uccelletti. Mai incontrato bipedi. Scendo dal pianoro e alle 14.50 sono in auto. Contento. Scendo a valle con lo stereo a palla.

mercoledì 7 novembre 2012

La Decauville della Malciaussia

Sulla decauville il 2 novembre 2012
Forse non tutti sanno che in Val di Viù, nella più meridionale delle tre Valli di Lanzo, c'è una vecchia ferrovia percorribile a piedi, una decauville facile facile ma altamente panoramica, spettacolare e godibile. Arrivati a Margone (1410 m.), frazione del Comune di Usseglio, occorre parcheggiare l'auto nel piazzale di fronte alla trattoria "Il Caminetto". Circa 50 metri prima del piazzale, sul lato orografico sinistro della valle, inizia il sentiero che conduce al Rifugio "Luigi Cibrario al Peraciaval", segnato con tacche rosse. Risalendo il sentiero, si supera una serie di baite diroccate fino a giungere ad un grazioso pianoro che conduce rapidamente fino a quota 1800 metri. Da qui già si può scorgere la famosa decauville che parte dal Monte Bassa - visibile sulla destra - nei pressi di un edificio semidistrutto. Questa decauville è la vecchia ferrovia che servì a trasportare il materiale alla diga del lago di Malciaussia prima della costruzione della strada asfaltata. Continuando a seguire il sentiero, si risale il pianoro a sinistra, in direzione ovest, fino ad incrociare il tracciato della ferrovia, segnalato dalla presenza di un'arrugginita rotaia che fuoriesce dal terreno. Da qui, si continua sulla decauville, su terreno piano e facilmente riconoscibile, molto panoramico sulle montagne della costiera fra la Val di Viù e la Val di Susa e interamente esposto a sud.
Superamento del valloncello franoso
Dopo aver superato un primo valloncello, si percorre un tratto immersi in un boschetto di ontani (piante della famiglia delle betulaceae) fino a raggiungere un secondo valloncello, parecchio esposto, in cui il tracciato della ferrovia è stato completamente spazzato via da una valanga. Si supera il valloncello con l'ausilio di una corda e si prosegue su bel sentiero, tagliato nella roccia, fino all'imbocco di una galleria. Qua e là spuntano ancora delle rotaie.
La galleria non supera i 350 metri ma rappresenta una delle maggiori 'attrazioni' della decauville. Occorre dunque portarsi dietro una pila frontale e prepararsi eventualmente a camminare anche su terreno bagnato a seconda delle stagioni.
L'imbocco della galleria
Percorsa la galleria si procede per il tratto finale che, superato il corso d'acqua che dà origine ad una bella cascatina sulla destra, giunge rapidamente sulla strada asfaltata che conduce al lago, circa cento metri prima della diga.
Quest'ultimo tratto è caratterizzato da tagli nella roccia e un passaggio in ripida discesa attrezzato con corda e scalini.
Si arriverà così al lago artificiale di Malciaussia, chiamato così probabilmente per la scarsa qualità delle calzature utilizzate anticamente dagli abitanti locali (in patois "mal ciaussia" significa "mal calzati"). La diga venne costruita tra gli anni Venti e Trenta per la produzione di energia elettrica e per l'occasione venne sommersa l'intera frazione Malciaussia; poveri abitanti, "scalzi e mazziati", potremmo dire.
L'uscita della galleria
Per ritornare alla frazione Margone occorre solo percorrere in discesa la strada asfaltata che percorre la valle, strada chiusa durante tutta la stagione invernale a partire da 15 ottobre e, dunque, libera dal traffico.
Uno scorcio del tratto finale della decauville


sabato 4 agosto 2012

Punta Sulè (3386 m.)

In Val di Viù c'è una punta che prende il nome dal Sole. Al rifugio Tazzetti qualcuno sostiene infatti che quando sorge il Sole sia proprio da lì che faccia capolino. La cosa però dev'essere vera solo per chi guarda l'alba dal rifugio, con il Sulè sulla destra...
Ad ogni modo, dal Lago di Malciaussia, è possibile salire su questa vetta lunga e faticosa.
Il Lago di Malciaussia
Considerando che il lago si trova a quota 1815 e la vetta a 3386, l'escursione prevede un'ascensione di 1569 m. Appena sopra la zona pic-nic sulle rive del lago, inizia il sentiero numero 116. È in realtà una pista immersa nell'erba alta fatta di infiniti tornanti. Si sale il versante meridionale del monte e, in un paio di ore, si arriva al colletto che conduce alla piccola conca del Piano Sulè, nei pressi della Cima di Pietramorta, a circa 2660 m. di quota. Qui la pista incrocia il sentiero che porta al Colle Autaret. Dopo qualche centinaio di metri, si abbandona il sentiero principale e si inizia a salire sulla destra. Non c'è alcuna traccia da seguire, non ci sono ometti né segni di alcun tipo da puntare. Ci si deve arrampicare sulla china erbosa confidando unicamente nel fatto che la cima del Sulè debba essere necessariamente più in alto del nostro naso.
Veduta sul Rocciamelone
La salita è dura, tra erba e sassi. Il 12 agosto 2011 arrancai su questi pendii perdendo completamente il tracciato probabilmente più comodo, quel costone di detriti  che mi avrebbe portato direttamente su un pianoro acquitrinoso a circa 2750 m., molto più spostato verso il Monte Lera di quanto non lo fossi io. In realtà, io salii troppo sulle creste. Dovetti tagliare più volte sulla destra nel tentativo di saltare le fratture di cresta e guadagnare il costone detritico più agevole. Qui, ad ogni modo, fuori sentiero, trovai un osso integro e perfettamente pulito: o la tibia di uno sventurato escursionista che avrebbe dunque tutta la mia comprensione o quella di un artiodattilo morto da parecchio tempo!
Verso la vetta
Questa punta può rivelarsi davvero impegnativa. La visione della pietraia e dello sfasciume finale appare desolante, la vetta sembra essere sempre più lontana ed incerta. Non esistono sentieri ma solo tracce  che, per la natura ripida del versante, appaiono e scompaiono. I pochi ometti sembrano sparpagliati a caso. Dal crestone detritico tuttavia è possibile ammirare un panorama spettacolare: lo si può fare spesso dovendosi fermare ogni 15 minuti!
A quota 3000 l'erba lascia bruscamente spazio a pietre e detriti. Il crestone si restringe, la pietraia si fa sempre più detritica, le tracce più marcate, il terreno rimane ripido. Poco sotto la vetta, si supera una fascia di roccette e si punta ad un ometto ben visibile anche da lontano.
In vetta al Sulè
Ad un tratto, ci si trova di fronte ad una piccola statuetta di un Cristo fissata su un trespolo di metallo: una visione!
In cima, oltre al Cristo, un parafulmine, un diario di vetta ed alcune targhe commemorative. Una di essere recita: "Gesù sii sempre la nostra guida". Interessante.
Il panorama, come detto, è superbo: guardando dal lato del fondovalle si riconoscono le vette della Val di Viù (le Punte Lunella e Grand'Uia, il Monte Palon, il Rocciamelone ed il Lera), le valli di Lanzo e le vette di confine (la Punte du Ribon, la Croce Rossa, il Punta d'Arnas, l'Uia Bessanese e l'Uia Ciamarella) e oltre (il Gran Paradiso, lo Chaberton, il Monviso, le vette del Delfinato e persino le Alpi Liguri).
La discesa avviene lungo lo stesso itinerario di salita, praticamente in linea retta fin sul Pian Sulè e poi giù fino al lago attraverso gli interminabili tornanti erbosi.

Panorama sulla Val di Viù

sabato 21 luglio 2012

Il Rocciamelone (3538 m.)

Il Rocciamelone visto dal ghiacciaio
Una delle meraviglie della Val di Susa: il Rocciamelone, la vetta sacra considerata il monte più alto d'Italia fino alla metà del XVIII secolo e anticamente conosciuto con il nome di Monte Romuleo: secondo la tradizione, infatti, quassù ogni estate vi soggiornava un re della dinastria dei Roero, prestatori di denaro (o banchieri), il re Romolo, intento a trovare sollievo alla sua misteriosa malattia (forse lebbra). Secondo questa leggenda, inoltre, lo stesso re vi nascose qui un favoloso tesoro. In molti lo cercarono ma nessuno lo trovò. In realtà, la prima ascensione a questo bellissimo 3500 ritenuto sacro, risale al 1 settembre 1358 per opera di Bonifacio Rotario d'Asti. Vi salì sulla cima per sciogliere un voto fatto in Terra Santa durante la prigionia in mano dei musulmani. Portò con sé un trittico bronzeo, custodito attualmente in S. Giusto di Susa. In vetta ve ne è una copia. Nel 1419, il Duca Amedeo VIII di Savoia fece costruire a quota 2854 un ricovero per i pellegrini: oggi è il Rifugio Ca' d'Asti, in Val di Susa. Tra il 1673 ed il 1822 nessuno vi salì più a causa dell'estendersi del ghiacciaio del Rocciamelone che ne coprì la cima.
La Madonna della Neve
Nel 1895 nacque l'idea di portare in vetta una statua di bronzo della Vergine Maria: nel 1899 furono trascinati fin quassù dagli alpini 8 spezzoni di bronzo del peso complessivo di 1400 kg. Ci volle un mese per assemblarli. L'inaugurazione avvenne il 28 agosto 1899 alla presenza di quasi 2000 pellegrini. L'intero progetto venne finanziato con le offerte di 130 mila bambini di tutta Italia. Nel 1920 iniziarono i lavori di costruzione di una cappellina. Tre anni dopo venne inaugurata e dedicata a S. Maria: è il santuario più alto d'Europa! Negli anni '80, il rifugio venne ristrutturato a cura della diocesi di Susa e di altre associazioni. Ogni 5 di agosto viene organizzata una processione e celebrata una S. Messa in vetta in onore della Madonna della Neve.
Il ghiacciaio. A destra, il Col di Resta
Ai piedi del cono finale del monte vi è il ghiacciao del Rocciamelone. Fino a pochi anni fa vi era pure un curioso bacino idrico: nel 1985 ci si accorse che a quota 3200 si era formato un nuovo lago, frutto della fusione dei ghiacci del Rocciamelone. Lo si misurò nel 2004 e i dati risultarono clamorosi: 650 x 70 m., 25 di profondità, ovvero, un palazzo di 8 piani formato da 400-500 mila metri cubi d'acqua. Dato il pericolo di crollo del sottile muro di sbarramento del ghiaccio, dal 2005 venne monitorato e, successivamente, prosciugato.
Il ghiacciaio del Rocciamelone

La cappella-rifugio S. Maria
In vetta vi è il rifugio S. Maria, con 15 posti letto. Per poter usufruire del rifugio occorre chiedere le chiavi ai gestori del Rifugio Ca' d'Asti. Sul versante opposto, in Val di Viù, vi è invece il Rifugio Ernesto Tazzetti gestito dal CAI, sottosezione di Chieri. Vi si accede dal Lago di Malciaussia ed è situato a quota 2642, nei pressi del bellissimo circo glaciale che chiude la valle.

Il 31 luglio 2010 sono salito sul Rocciamelone partendo proprio dal lago di Malciaussia. Dopo una notte trascorsa al Rifugio Tazzetti, ho guadagnato il Col di Resta alle prime luci dell'alba e attraversato il ghiacciaio. Risalito l'ultimo tratto fino alla vetta, sono giunto in mattinata ai piedi della Madonna della Neve. Sceso poi al Rifugio Ca' d'Asti, in Val di Susa, per un breve spuntino, ho percorso il sentiero che dal rifugio conduce al Ricovero Ravetto e, attraverso il Colle Croce di Ferro, sono ridisceso fino al Rifugio Vulpot, presso il lago di Malciaussia.