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lunedì 28 luglio 2025

La strada delle 52 gallerie

Nell'anno di grazia 1917, quando il mondo era avvolto dalle spire di una guerra che sembrava non avere fine, tra le vette imponenti del Pasubio, nacque una leggenda scolpita nella roccia e nella volontà umana: la Strada delle 52 Gallerie, tra le Piccole Dolomiti e la regione dei Tre Altopiani. Non era una semplice via, ma il respiro di un'epoca, la cicatrice di un conflitto, il testamento silenzioso di uomini che sfidavano l'impossibile.

Il Capitano Leopoldo Motti, un ingegnere con lo sguardo di chi vede oltre l'orizzonte, ne fu l'ideatore. Nel cuore gli ardeva un fuoco, la necessità di dare ai suoi uomini, alle sue salmerie, un rifugio dalla furia nemica, un passaggio sicuro anche quando l'inverno mordeva e la neve seppelliva ogni cosa. Gli Scarubbi, la strada aperta, erano un bersaglio troppo facile per gli osservatori austriaci appostati come avvoltoi sul Majo, sul Toraro, sul Seluggio. Serviva un'arteria sotterranea, nascosta, inespugnabile.

Il Tenente Ingegnere G. Zappa raccolse il testimone del progetto, un giovane dall'intelletto affilato e dalla determinazione incrollabile. E quando la fortuna lo chiamò altrove, subentrò il Capitano Corrado Picone, un uomo che in quei mesi gelidi del 1917 non solo guidò la 33ª Compagnia Minatori del 5º Reggimento Genio, ma si innamorò della montagna, della sua maestosità e della sfida che essa poneva. Ricordava spesso le sue parole, come un mantra: era il risultato di "tenace volontà, di lavoro esemplare, di sacrificio e abnegazione, di commovente spirito di emulazione".

Immagina, se puoi, quei sei cento uomini: la 349ª, la 523ª, la 621ª, la 630ª, la 765ª e la 776ª Centuria di lavoratori territoriali, oltre ai minatori del Genio. Erano fantasmi di sudore e fatica, intenti a percuotere la roccia viva con martelli pneumatici, a innescare esplosivi – gelatina, cheddite, echo, salubite, vibrite, polvere nera – in una sinfonia assordante che echeggiava tra le pareti di pietra. Le loro lampade, flebili stelle in quell'oscurità primordiale, danzavano mentre scolpivano gallerie elicoidali, come la 19ª, un ventre di 320 metri che sembrava non finire mai, o la 20ª, che si avvitava su sé stessa quattro volte all'interno di un torrione roccioso, un serpente di pietra che saliva verso il cielo.

Ogni galleria, un'anima. A quota 1200 circa, la 1ª galleria dedicata al tenente Zappa, poi la 4ª a Cesare Battisti, martire irredentista, la 12ª al Capitano Motti stesso, l'architetto di quel sogno. Erano nomi, ma anche promesse, sacrifici, ideali che risuonavano nel buio umido. E poi c'erano le sfide inattese. All'uscita della 31ª galleria, la terra traditrice della Val Camossara minacciava di inghiottire tutto. Ma la volontà umana eresse due poderosi muri di sostegno, uno a secco, l'altro di pietra squadrata e malta, un abbraccio roccioso alla montagna ferita. Dalla lontana Malga Busi, come un cordone ombelicale tecnologico, giungeva l'energia elettrica per illuminare quei passaggi e l'aria compressa per i martelli, pompata attraverso tubazioni che si snodavano come vene invisibili.

Nel dicembre di quel gelido 1917, la 33ª Compagnia, stanca ma fiera, si radunò. Le parole del Capitano Picone risuonarono come un addio commosso ai loro Caduti. Poi, con un'ultima, simbolica azione, abbatterono il muro a secco che celava l'ingresso monumentale della prima galleria, svelando al mondo la loro opera. Non sapevano che altri, il Plotone autonomo della 25ª Compagnia Minatori, avrebbero terminato i ritocchi finali, raccogliendo poi gli onori del Re d'Italia e del Re del Belgio. Il Capitano Motti quel giorno non c'era: se n'era già andato il 29 settembre salendo su una mina austriaca posizionata sul Dente Italiano, su una di quelle creste dell'acrocoro sommitale del monte che tanto lo avevano visto industriarsi. 

La strada dei Scarubbi
Oggi, quella che fu la Strada della Iª Armata è un sentiero escursionistico che si inerpica da Bocchetta Campiglia fino alle Porte del Pasubio (1900 m), un viaggio a ritroso nel tempo lungo 6 chilometri e mezzo, dei quali 2,3 scavati nella roccia, con pendenze anche del 22 %. Camminando tra quelle guglie ardite e forre profonde, con una torcia a squarciare il buio delle gallerie, si sente il fruscio del vento che porta ancora l'eco di voci lontane, il rimbombo delle mine, il sudore e la speranza di quei giganti che, con la sola forza della loro volontà, scolpirono un capolavoro nella carne viva della montagna.

È un monito silenzioso, un inno all'ingegno umano e alla resilienza, un luogo dove la storia non è solo un racconto, ma un'esperienza che ti avvolge, galleria dopo galleria, fino alla vetta. E magari, all'uscita della 49ª o della 50ª galleria, aggiunte dopo, in tempi più recenti, penserai a quei Soldati Italiani o ai Cavalieri di Vittorio Veneto, che hanno camminato su queste stesse pietre, lasciando un'eredità che il tempo non può cancellare.

venerdì 30 luglio 2021

Sulle tracce della Grande Guerra


Passo Selle
Tra i monti del Comune di Moena, c'è un verdissimo altipiano chiamato Costabella (2245 m. circa), un verde oceano d'erba raggiungibile a piedi o in funivia dal Passo San Pellegrino. Qui, sulle creste di queste maestose cime dolomitiche, due panoramiche vie attrezzate riportano i visitatori ai tempi della Grande Guerra: trincee, gallerie, casermette, ricoveri, cannoniere e postazioni austro-ungariche ed italiane scavate o costruite sulle creste che dal Passo delle Selle conducono alla Cima Uomo da una parte e alla Punta Valancia dall'altra.

Dal Passo delle Selle, sul quale sorge l'omonimo Rifugio (2528 m.), sarà possibile percorrere l'Alta Via Bepi Zac lungo le cime di 2700 m. Lastei, Campagnacia e Costabella, fino alla Forcella Ciadin (2664 m.), o l'Alta Via B. Federspiel che conduce alla Forcella di Ricoletta (2431 m.) e, oltre la Cima Malinverno (2630 m.), alla Forcela Costela.

Alta Via B. Federspiel
Se il primo anello potrà essere chiuso scendendo dalla Forcella Ciadin direttamente a Costabella (itinerario segnato sulle carte generalmente con il n° 2), il secondo passerà dai rifugi Valacia ( 2275 m.) e Taramelli (2040 m.), per poi richiudersi al Passo delle Selle (itinerario n° 3).

Si tratta, in poche parole, di un museo a cielo aperto, un'esplorazione delle antiche linee di conflitto della Prima Guerra Mondiale, estremamente interessanti anche dal punto di vista geologico e mineralogico.



Il Cristo pensante

 

"Trova il tempo di pensare, trova il tempo di pregare, trova il tempo di sorridere".

Sono queste le parole scelte dall'artista-scultore Paolo Lauton per dar voce ad un Cristo Pensante altrimenti silenzioso, seduto sulla cima del Monte Castelaz, accanto alla sua solida croce di metallo. Pensieri, preghiere e sorrisi: è ciò che infatti vorrebbe ispirare questa evocativa opera marmorea, estratta dalla cava di Canzoccoli di Predazzo, del peso di 20 quintali, alta 1,8 m., posta a protezione del Passo Rolle, tra le Dolomiti della Val di Fiemme e quelle della Val di Primiero - San Martino di Castrozza.

Buttata l'auto da qualche parte sul Passo (1984 m.), lentamente, su tracciato turistico, il trekking del Cristo Pensante vi condurrà prima alla Baita Segantini (2200 m.), poi tra i verdi pratoni della Val Venegiotta, ed infine sulla vetta del panoramico Monte Castelaz (2333 m.), uno straordinario punto di osservazione sulle Pale di San Martino, sulla Marmolada e sulle rocciose punte della Val Venegia. Lassù, non sarete soli: questo amorevole Cristo di marmo ed il ricordo di innumerevoli soldati morti in trincea, di cui un po' ovunque se ne ritrovano le tracce, vi accompagneranno in un cammino che non sarà solo escursionistico, ma profondamente umano, intimo e spirituale.

venerdì 20 dicembre 2019

L'orizzonte senza confine di padre Gnifetti

Giovanni Gnifetti (1801-1867)
"Non per motivo di studiare botanica, mineralogia e geologia, né collo scopo di fisiche osservazioni - seppur appassionato di scienze naturali e autore di una guida dal titolo Nozioni topografiche del Monte Rosa - (...) io ho sempre prediletto con particolare passione le torreggianti vette dei monti; per la sola naturale vaghezza di contemplare più davvicino la magnificenza delle opere del Sommo Creatore; poiché gli effetti e le meraviglie della sua potenza divina non si presentavano a mio credere in un modo più distinto e sublime, quanto dalle sommità di quelle rocce scabre e da quelle colossali piramidi della natura, sovra le quali assiso l'uomo favorito da un cielo splendido e sereno, misura coll'occhio un orizzonte senza confine" (don Giovanni Gnifetti).
Il Rifugio Gnifetti
"In Valsesia, come in molte altre zone del settore centro-occidentale delle Alpi, nei decenni centrali dell'Ottocento i preti furono i principali artefici della scoperta della montagna" (Roberto Fantoni, Preti valsesiani sui monti della Valsesia): su tutti, Giuseppe Farinetti, Pietro Calderini, Giovanni Gnifetti. Nato ad Alagna Sesia nel 1801, parroco di Alagna, conquistatore della "Punta del Segnale" (45554 m.), oggi "Punta Gnifetti", al quarto tentativo (1834, 1836 e 1839), il 9 agosto 1842. Con lui, in vetta, don Giovanni Farinetti e altri sei compagni di ascensione. Oggi, lassù sorge la Capanna Regina Margherita, il più alto rifugio d'Europa. A lui venne dedicato un rifugio, il Rifugio Gnifetti, a quota 3647.

mercoledì 4 dicembre 2019

Santa Teresa di Calcutta ed il Cristo delle Dolomiti

Il Cristo Pensante delle Dolomiti, Monte Castellazzo (2333 m.).
Di Paolo Lauton, da un'idea di Pino Dellasega.
Trova il tempo di pensare
Trova il tempo di pregare
Trova il tempo di ridere
È la fonte del potere
È il più grande potere sulla Terra
È la musica dell'anima.

Trova il tempo per giocare
Trova il tempo per amare ed essere amato
Trova il tempo di dare
È il segreto dell'eterna giovinezza
È il privilegio dato da Dio
La giornata è troppo corta per essere egoisti.

Trova il tempo per leggere
Trova il tempo per essere amico
Trova il tempo di lavorare
È la fonte della saggezza
È la strada della felicità
È il prezzo del successo.

Trova il tempo per fare la carità
È la chiave del Paradiso.

(iscrizione trovata sul muro della Casa dei Bambini di Calcutta)

martedì 26 giugno 2018

Lo stambecco con gli occhi di Anacleto Verrecchia

Tratto dal Diario del Gran Paradiso (Fògola editore) di Anacleto Verrecchia, guardaparco durante gli anni Cinquanta:
Chantel, 2 ottobre 1950
Re delle Alpi: cosí è stato definito lo stambecco. Nonostante il nome, di origine chiaramente tedesca (Steinbock), si tratta di un re tutto nostro. Gli stranieri ce lo invidiano: forse questo fiero cornuto ci rappresenta meglio di tanti papaveri della politica e della vita ufficiale. In un paese di lacché e di pappataci come il nostro, lo stambecco è l’unica figura veramente nobile e fiera. Lo dimostra già il fatto che non si è mai lasciato addomesticare, come se avesse a disdegno gli uomini e il basso mondo. Chissà che la natura non lo abbia posto in Italia per legge di compensazione. Morirebbe di fame, piuttosto che scendere a valle e limosinare il cibo dalla mano dell’uomo, per il quale è difficile dire se abbia piu disprezzo o diffidenza.
Ama stare in alto, nel suo regno; e se lo si porta oltre i confini, in Francia o in Svizzera, cerca di ritornare in Italia, dove pure è stato sempre cacciato e perseguitato. Cosí paga a caro prezzo il suo amor di patria. Ma questo non vale solo per lo stambecco. I maschi si disputano la femmina a cornate, i cui colpi si sentono a notevole distanza. Chi vince diventa non solo il gallo della Checca, ma anche il capo della tribú. Forse anche gli uomini, una volta, si disputavano le donne a cornate, cosa del tutto naturale; ma poi, in nome del progresso, hanno preferito risparmiarsi le corna e ricorrere ad altri mezzi di persuasione, come il danaro, la posizione sociale e i titoli. Quale dei due mezzi è migliore? Quello usato dagli stambecchi ha permesso loro di sopravvivere alle ere glaciali, mentre noi uomini sembriamo tutti dei pallidi ceri pasquali. La forza e la robustezza dello stambecco sono formidabili. I piu grandi, le cui corna superano il metro di lunghezza, possono pesare anche centoventi chili.
Due uomini, mi dice Guidi, non riuscirebbero a tenere per le zampe posteriori uno di questi stambecchi. Quanto al freddo, che qui diventa micidiale, soprattutto ai piedi della Grivola, essi neppure l’avvertono. E quando urla la tempesta, apportando onde minacciose di vento e neve, essi restano immobili come se niente fosse e non si curano minimamente della furia degli elementi. Lo stambecco è anche cavalleresco. Quando, per esempio, il gruppo si sposta da una valle all’altra, mettiamo dalla Valsavara alla valle del Nomenon, a fare da battistrada sulla neve e quindi da capo gruppo è sempre l’individuo piú robusto. Anzi lo pretende. I piu piccoli o i piu deboli, ammesso che qui si possa parlare di deboli, vengono dopo. Marciano in fila indiana. Può anche capitare che gli individui piu robusti si diano il cambio nel battere la pista. Altra cosa degna di nota circa il carattere dello stambecco: quando è vecchio e avverte di essere ormai vicino alla fine, si isola e va a morire in disparte con la dignità di uno stoico. È come se avesse il pudore del male e non volesse farsi vedere dagli altri durante l’agonia. Una creatura siffatta merita il massimo rispetto.
Anacleto Verrecchia

sabato 20 giugno 2015

Testa dell'Autaret (3015 m.) e Cresta dei Denti di Maniglia

La Val Varaita. A destra la Rocca Senghi (2450 m.)
La salita alle creste di confine che separano la cunese Val Varaita dalla francese Val Ubaye, inizia il 18 giugno 2015, alle 7.30, al parcheggio del Rifugio Melezè (1812 m.): caffè ristretto e via. Passate le case di S. Anna di Bellino, poco sopra il rifugio, si cammina su comoda carrareccia, si attraversa tre volte il torrente Varaita su solidi ponti e si prosegue su bel sentiero Gta, l'U27. A destra, la Rocca di Senghi controlla la Valle con il suo inconfondibile profilo da super-sasso precipitato lì per caso. Davvero bella deve essere la ferrata allestita sul suo spigolo sud. In breve si arriva sul Pian Ceiol, poco oltre quota 2000. Superati i pratoni, la gola e le spalle erbose che caratterizzano l'U27 si arriva alla Grange dell'Autaret, a 2540 m. Qui occorre tenere il più possibile la destra, come consigliato dalla maggior parte delle cartine. E proprio qui, in maniera del tutto inaspettata, come un regalo piovuto dal Cielo, avviene un incontro a dir poco straordinario: su uno dei numerosi dossi del pianoro delle Grange, in mezzo all'erba alta, due cuccioli di capriolo appena nati tentano per la prima volta di mettersi in piedi.
Due cuccioli di capriolo appena nati...
Due creature fantastiche ed un'emozione unica! È questo quello che può succedere quando si decide di lasciare il sentiero segnato per avventurarsi su vie nuove, insolite, per camminare a vista. A questo punto si sale in direzione del Colle dell'Autaret seguendo tracce che vanno e vengono, fino ad arrivare sulle creste che chiudono la valle e segnano il confine tra l'Italia e la Francia. Per sbagio risaliamo il vallone che conduce al Colle tenendoci troppo sulla sinistra e, una volta giunti in cima alla cresta di confine proseguiamo a sinistra, verso i Denti del Maniglia, fino a toccare la quota 3000. Un gipeto, con il suo inconfondibile piumaggio giallo e rosso, perlustra la zona compiendo ampi giri qualche metro sopra le nostre teste e concedendosi per qualche istante all'obiettivo della fedele fotocamera. Dopo un incontro così non rimane altro che sedersi e tirare il fiato.
Un gipeto...

Il tempo di un boccone e di una rapida sbirciata alla vette circostanti e scatta l'orgoglio di voler ugualmente arrivare in vetta alla meta inizialmente designata: la Testa dell'Autaret. Scendiamo dunque di quota, un centinaio di metri lungo la pietraia, per attraversare in diagonale tutto l'anfiteatro detritico che caratterizza il vallone, cercando di perdere quota il meno possibile. Ci portiamo così sul lato destro del Colle per risalire la cresta che conduce alla cima dell'Autaret. Qui troviamo altri stambecchi ad attenderci e spiarci. In totale avremo già avvistato, e talvolta sfiorato, almeno una ventina di capre ibex oggi. Decine anche le marmotte e qualche capriolo. Un solo bipede, al ritorno, diretto al Melezè.
In vetta alla Testa, un paio di foto e qualche minuto di pace. Ci sono solo due pietre acuminate a segnalare la cima ed una scritta di vernice bianca su una roccia a ricordare all'escursionista l'altezza della cima: 3015 m.
In cima alla testa dell'Autaret

Dalla vetta diventa immediatamente più chiara quella che avrebbe dovuto essere la linea di salita. Il lago dell'Autaret si trova circa 100 m. più in alto della Grange dell'Autaret, impossibile da vedere a chi giunge alla Grange seguendo il sentiero U27. D'altra parte, individuare la Grange stessa non è facile essendo tutto il pianoro punteggiato di casette diroccate. Si discende dunque attraverso la cresta sud dell'Autaret fino ad incrociare nuovamente il sentiero U27 e, da qui, giù fino a S. Anna di Bellino.
Il tutto per un dislivello di circa 1500 metri.
Al rifugio Melezè occorre assolutamente cenare: si spende pochissimo, si mangia tantissimo e soprattutto, la cucina è spaziale. Complimenti ai cuochi.

Il Pelvo di Ciabrera, la Testa dell'Autaret (a destraI e il Monviso sullo sfondo
Il Monte Maniglia (a sinistra) con i suoi Denti (a destra)

giovedì 7 agosto 2014

Accadeva oggi, 228 anni fa


Michel Paccard

L'8 agosto 1786 Michel Gabriel Paccard raggiunge la vetta, seguito da Jacques Balmat che se ne assunse la gloria.

Un articolo di Umberto Pelazza pubblicato sulla rivista L'Alpino (settembre 2002)

Nell'anno internazionale della montagna, una diretta di oltre due secoli fa ci introduce nel vivo delle vicende che hanno portato alla conquista della vetta più alta delle Alpi e dato origine all'alpinismo moderno. La dobbiamo al cannocchiale cui rimase incollato un giorno intero il barone prussiano Adolf von Gersdorff, di passaggio a Chamonix, e alla teutonica precisione del resoconto che ne seguì, integrato dall'intervista col vincitore. “Ho sentito dire che il dottor Paccard, insieme a un giovanotto di nome Jacques Balmat... partito ieri a mezzogiorno, ha pernottato in una capanna di pastori... ed stato visto oggi mentre saliva”.
È l'8 agosto 1786: da pochi decenni le montagne si sono scrollate di dosso draghi e grifoni, i fragili e ingombranti barometri dei pionieri annunciano i primi scricchiolii e le ascensioni stanno per diventare fine a se stesse. Hanno ripreso il cammino all'alba e attraversato la Mer de Glace... sono saliti su ripide pareti di neve e ghiaccio hanno superato parecchi crepacci coperti di neve fresca che allora non si sondavano con la dovuta attenzione (la piccozza era sconosciuta, sostituita a volte da un'ascia per gradinare). Se erano aperti si varcavano per mezzo di scale, indispensabili per le comitive, o alla bell'e meglio, con i lunghi bastoni ferrati appaiati a mo' di ponticello. Contro le valanghe ci si affidava al buon Dio. I nostri due eroi calzavano scarpe chiodate e ghette; non avevano la corda, considerata da molti un ripiego umiliante e ingombrante.
La silhouette del Monte Bianco era comparsa per la prima volta nella Pesca miracolosa, dipinto del XV secolo conservato nel museo di Ginevra, la città dove uno studioso di ricca e aristocratica famiglia, H. de Saussure, già nel 1760 aveva promesso una ricompensa a chi avesse scoperto per lui e il suo barometro la via per giungere alla vetta. I tentativi si susseguirono per anni. Chiamato così dal 1744, il Monte Bianco si innalzava nel bel mezzo del montuoso Regno di Sardegna: i sovrani di Casa Savoia, i portieri delle Alpi, ne erano quindi i legittimi proprietari, ma assolutamente incuranti della sua esistenza. Il loro suddito ventinovenne Michel Gabriel Paccard, la cui partenza aveva preso tutti in contropiede, era uno chamoniardo puro sangue, laureato in medicina all'Università di Torino e medico del Comune. Appassionato di flora e geologia alpina, gran camminatore, aveva percorso in lungo e in largo la valle dell'Arve con cacciatori di camosci e cercatori di cristalli, a volte riuniti in una sola persona, come nel caso del ventiquattrenne Jacques Balmat (anche sfortunato cercatore d'oro), ben presto adocchiato come portatore. Continue e meticolose osservazioni col cannocchiale gli avevano suggerito un ben definito itinerario.
Fecero sosta verso mezzogiorno e a un certo punto Balmat si mostrò titubante: voleva tornare indietro perché la figlia di pochi giorni era malata. Paccard, che non ne era al corrente, non voleva prestargli fede e con fatica convinse il compagno a proseguire. Dovrà ricredersi: la piccola Judith morì lo stesso giorno. Si tengono a sinistra sulla dorsale dietro la quale scompaiono per ritornare visibili sotto grandi rocce. Alle 17 si fermano un poco e si rimettono in movimento alle 17,45; ogni tanto si riposano e si danno il cambio in testa. La cima non lontana e gli spettatori, accalcati sul poggio-osservatorio che sovrasta Chamonix, vedono distintamente Paccard alleggerire Balmat di parte del carico, inseguire invano il suo cappello che ha preso il volo verso l'Italia e proseguire di corsa verso la vetta, che raggiunge alle 18,23, mentre il portatore, che lo segue zigzagando, arriva subito dopo. Son passate 14 ore e mezza dalla partenza. Prendono possesso della sommità piantando nella neve un bastoncino con un fazzoletto rosso annodato, tentano invano di trovare un riparo dal vento o di mandare giù l'arrosto indurito dal gelo; fallisce anche il tentativo di misurare la quota raggiunta a causa di un'anomalia del barometro. Nessuna frase da tramandare ai posteri: della giornata rimarrà una sola telegrafica annotazione del vincitore a rientro avvenuto: “Nostro viaggio dell'8 agosto 1786. Arrivati ore 6,23 della sera, ripartiti ore 6,57, rimasti per 34 minuti”.
L'itinerario di Paccard e Balmat
La discesa avviene a scivoloni, frenando e curvando a raspa con l'alpenstock, ma la parziale cecità provocata dal riflesso della neve costringe spesso Paccard ad appoggiarsi al compagno. Dopo 4 ore e mezza, sotto un magnifico chiaro di luna, si trovano davanti alla capanna da cui erano partiti all'alba e dopo una notte di sonno irrequieto, alle 8 del mattino rientrano a Chamonix. Con Balmat, che si precipita a Ginevra per riscuotere la ricompensa e de Saussure che lo assolda per la sua spedizione, si chiude la parte avventurosa dell'impresa.
Ma a tingere di giallo le nevi del Bianco ecco sopraggiungere sulla scena il guastafeste, impersonato da Marc Thodore Bourrit, scrittore ginevrino, autodefinitosi l'infaticabile. Personaggio poliedrico, e per certi aspetti geniale, introdotto e intrigante, aspirante alla gloria delle cime ma incapace fino al ridicolo, punta immediatamente i suoi strali contro l'intruso, quel medico di campagna che mette in pericolo il suo monopolio nella gestione dell' affaire Mont Blanc. Ma il rimedio c'è: rimuoverlo dalla scena attribuendo al povero Balmat tutto il merito dell'ascensione. Sarebbe stato lui a tracciare la strada, lui il primo a giungere in vetta, lui a ridiscendere per incoraggiarlo e aiutarlo: per tutta ricompensa si è visto defraudato del compenso pattuito. Asserzioni esattamente all'opposto della dichiarazione giurata dello stesso Balmat, pubblicata sulla Gazzetta di Losanna: “... senza il passo da lui tenuto non saremmo mai giunti in vetta... mi ha preso parte del carico, ha affrontato con decisione l'ultimo pendio, dovetti correre per giungere quasi contemporaneamente a lui, mi ha fornito il vitto e mi ha pagato”. Tutto fu inutile e lo sarà anche la relazione di Paccard preparata per la stampa e con pretesti vari mai pubblicata (ma l'editore era il cognato di Bourrit!). La campagna di diffamazione continuò e contagiò a tal punto Balmat da fargli credere di essere stato veramente truffato; uscito ubriaco dall'osteria e imbattutosi nel suo compagno d'ascensione, cominciò a ingiuriarlo così grossolanamente che questi, persa la pazienza, lo scaraventò a terra con due pugni. Ma dopo la morte del dottore, avvenuta nel 1827, poté arricchire e divulgare a man salva la sua versione dei fatti senza timor di smentite.
Balmat, inseguendo la chimera dell'oro, cadde in un profondo dirupo e non fu più ritrovato. E de Saussure? Rimase formalmente estraneo al contenzioso, tutto preso dalla sua ascensione, che portò felicemente a termine un anno dopo la prima: 18 fra guide, portatori, un cameriere personale, provvigioni da spedizione himalayana, un lettino pieghevole con materasso. Lui in redingote: noblesse oblige. Per oltre un secolo il conquistatore del Monte Bianco, per il mondo scientifico che contava, sarà lui. Paccard, non pungolato da interessi al di fuori del successo personale e Balmat, tutto teso alla notorietà e al guadagno, cadranno al rango di apripista. A Chamonix il monumento in bronzo del centenario della conquista, privo del vero vincitore, porta infatti la data del 1887. Soltanto all'inizio del XX secolo la scoperta del diario di von Gersdorff e di altri documenti in vari archivi, pubblicati nel 1975 da Graham Brown e De Beer nel volume La prima conquista del Monte Bianco, pose fine alla querelle, riconoscendo il primato di Paccard, confermato poi dal monumento riparatore, erettogli nel bicentenario con la data esatta, 1986.


giovedì 10 luglio 2014

Il rifugio Vaccarone (2747 m.)

Il rifugio Vaccarone

Se in città soffocate di caldo e non avete in casa un bel terrazzo da cui rimirare, potete salire al rifugio Vaccarone e godere da lassù, dai suoi 2747 m., di una vista spaziale sulla Val di Susa, sulla città di Torino e pure oltre. Volgendovi a monte poi, potrete ammirare uno dei più selvaggi gruppi delle Alpi piemontesi, il gruppo dell’Ambin. Arrivarci, è bene dirlo, non sarà semplice. Si parte da molto basso, dalle case superiori di Giaglione o dalle Granges di Chiomonte, o da molto lontano, dal rifugio Levi-Molinari o dal Colle del Piccolo Moncenisio, passando per il Colle Clapier: percorsi di 4-5 ore, o anche più, a seconda delle velocità.
L'ultima fatica
Troverete lassù, nei pressi del lago dell’Agnello, un rifugio con una lunga storia. Costruito nel 1900 dal Cai di Torino - e dedicato all’Avv. Vaccarone, uno dei 200 firmatari dell’atto di fondazione del Cai nel 1863 - chiuso nel 1997 ed infine, grazie alla cessione al Cai di Chiomonte, riaperto nel 2012: 15 posti letto, tutti in un’unica camerata al piano superiore, e una cucina genuina e ben curata, impreziosita dalla fatica di chi se l’è portata in spalle: Nino, il rifugista.
 Il Vaccarone è una delle tappe storiche del Tour dell’Ambin, insieme ai rifugi Ambin, Levi-Molinari e Petit Mont-Cenis. Su queste montagne probabilmente posò gli occhi Annibale, ‘esodarono’ i Valdesi , cacciarono contrabbandieri e pastori, spararono i militari della seconda guerra mondiale, si ‘battezzarono’ le prime imprese di Coolidge.
La cresta dei Denti d'Ambin
Ma non solo traversate. Avrete anche la possibilità di effettuare fantastiche ascensioni, escursionistiche ed alpinistiche: la Rocca d’Ambin (3377 m.), la Punta Ferrand (3348 m.), i Denti d’Ambin (3371 m.) ed il Monte Niblè (3365 m.).
Noi, il 9 luglio 2014, vi abbiamo trovato un mondo antico e potente, fatto di mulattiere e pianori, pascoli e valloncelli, pietraie e bastionate rocciose e, più su, laghetti, rocce montonate, creste moreniche e qualche ‘muretto’ alpinistico. E poi tambecchi e camosci... Ma attenzione al meteo. Il giorno seguente, quello stesso mondo, si era trasformato in un mondo 'artico': vento forte, bufere di neve, freddo intenso e nebbia, tanta nebbia. Le due foto sottostanti sono state fatte sulle rive del Lac de Savine, ad un giorno di distanza...
Lac de Savine, ore 16.00 del 9 luglio
Lac de Savine, ore 10.00 del 10 luglio

sabato 17 agosto 2013

Il limite capovolto

La filosofa dell'Università di Lugano
Tanti morti sulle Alpi. Da 2 al 16 agosto 2013 infatti, sono già 23, tra escursionisti e alpinisti, le vittime sull'arco alpino. Un articolo di Enrico Martinet apparso su La Stampa del 17 agosto inizia con un lapidario monito: "Ripensare". E continua: "Il numero di morti sono la tragica conseguenza di una forte concentrazione, un 'mordi e fuggi' ormai consueto del periodo di ferie che s'infila nella statistica, nella semplice equazione più gente più possibilità di incidenti. L' 'alpinismo di pista', come è stato definito da Reinhold Messner, per immediata corrispondenza con la montagna dello sci e delle masse, vive un paradosso: tanti decaloghi di sicurezza, eppure tanti incidenti. Questo andar per i monti... è figlio di una 'cultura del rischio e non del pericolo', come sottolinea la filosofa dell'Università di Lugano Francesca Rigotti. Il pericolo è oggettivo, è prerogativa della montagna e nulla può eliminarlo, mentre il rischio è soggettivo ed è sposato con l'altro concetto capovolto, quello del limite. 'Era una gabbia, il limite - dice Rigotti -, ora è un obiettivo perfino da superare'.

lunedì 22 luglio 2013

Correva l'anno 1747

Forse non tutti sanno che... sui monti dell'Assietta, ogni anno attorno al 19 luglio, si celebra Messa, si onorano i caduti della storica battaglia del 1747 tra piemontesi e francesi (vinta dai piemontesi con un'eroica resistenza), si mangia polenta e si ascoltano gli alpini cantare le loro canzoni. Una bella festa di popolo!
La rievocazione storica della battaglia dell'Assietta
Il nostro personale programma per quest'anno è stato: partenza dal Grand Puy, frazione di Pragelato (Val Chisone) a quota 1831, salita alla Testa dell'Assietta (2566) per la commemorazione dei caduti, rivisitazione storica della battaglia del 1747 nei pressi dei pratoni della casa Cantoniera, pranzo tra i resti delle fortificazioni militari sulla Testa di Mottas (2547), giretto panoramico delle fortificazioni sul Monte Gran Costa (2615) e ritorno al Gran Puy passando per il colle di Lauson. In sintesi, una bellissima giornata di sole, di montagna e di orgoglio occitano trascorsa con la famiglia su uno dei più bei pianori d'alta quota delle Alpi piemontesi.

domenica 27 gennaio 2013

Cammina, cammina...

Camminare in montagna è una cosa seria. Allora ecco qualche consiglio.

Su un normale sentiero si cammina in equilibrio naturale, con passo regolare, ritmato, in modo elastico e coordinato con la respirazione. Con lo sguardo si esplora il percorso da effettuare. Se il sentiero è ripido, posare i piedi su pietre stabili o su gradini d'erba solidi. se il pendio è erboso, allora, occorre fare attenzione perché l'erba nasconde le asperità del terreno e, se è bagnata, divine molto scivolosa. Occorre sempre mantenere l'equilibrio sui piedi. Se serve, appoggiare una mano aperta su una zolla, o afferrare un ciuffo d'erba con il braccio teso (per non incurvarsi troppo) e torcendo il ciuffo in modo da far lavorare tutti i fili d'erba. Non si dovrà mai appoggiare fianchi o dorso sull'erba perché, alleggerendo o piedi, si perderebbe aderenza e si scivolerebbe via.

In salita, le zone di pietrisco sottile sono possibilmente da evitare. In discesa, invece, sono una goduria. Se il pietrame è grosso (blocchi o terra) salire sarà più semplice. Nei canali detritici seguire una delle due sponde per potersi, eventualmente, aiutare con le mani su appigli di roccia o arbusti. Le morene bisogna risalirle seguendo le creste, più solide e sicure. In pietraia, se si è in molti, è bene avanzare sulla stessa linea di pendenza per evitare di colpire i compagni con pietre in caduta. nei canali e nelle gole, invece, procedere raggruppati o uno alla volta, mentre gli altri sono al riparo. Il più esperto cammina in testa in salita e in coda in discesa.

I pendi ripidi, se gelati o scivolosi, possono diventare estremamente pericolosi. Si procederà facendo delle tacche, con qualsiasi attrezzo disponibile. legarsi è utile solo se si può fare un'assicurazione adeguata.
Sui lastroni di roccia poco inclinati si deve procedere sfruttando tutta l'aderenza della scarpe cioè la superficie di suola più ampia possibile. I piedi vanno leggermente divaricati, con caviglie, ginocchia e busto flessi.

In discesa ci si stanca di più: occorre tenerne conto mentre si sta salendo! Si deve scendere nel modo più elastico possibile, mai rigidi e senza lasciarsi cadere da un piede all'altro. Nevai, ghiaioni, pendii d'erba o di terra, dirupi... sono i più adatti per scendere e costituiscono un ottimo allenamento fisico e psichico. Basta ricordarsi di adattare velocemente il passo al tipo di terreno, scendere con gambe flesse (per ammortizzare meglio e controllare l'equilibrio), tenere il busto flesso in avanti e controllare la velocità con piccoli passi ma veloci. Inoltre, sarà bene allentare la cinghia ventrale dello zaino e stringere quelle delle spalle per spostare in alto il peso (praticamente la cosa contraria alla salita). Lo sguardo dovrà sempre prevenire i movimenti dei piedi.

In ferrata occorre avere: casco, imbrago e, se non si possiede il kit da ferrata, 3 m. di corda di 9/11 mm., un dissipatore, due moschettoni da ferrata ed uno spezzone di corda da 9 mm. di circa 1,2 m.
Inanellare la corda nel dissipatore e bloccare i due moschettoni ai capi di uscita con un doppio nodo a contrasto (lo si può trovare tranquillamente sul web). Occorre dunque agganciare un moschettone alla corda fissa della ferrata e procedere facendolo scorrere fino all'interruzione dei punti di fissaggio (chiodi o ancoraggi vari). Agganciare il moschettone libero sul nuovo tratto di corda fissa prima di sganciare l'altro. Le corde fisse, normalmente, si trovano anche a fianco di una scala. Se così non fosse, agganciare il primo moschettone al gradino più alto possibile, alzarsi sulla scala fino a portarsi il moschettone all'altezza della vita, agganciare il secondo moschettone il più in alto possibile e proseguire eseguendo le operazioni solo e sempre con una mano per non mollare mai la scala.
Attenzione: in traversata occorre agganciare entrambi i moschettoni per evitare lo scorrimento del dissipatore in caso di caduta, nei tratti verticali si dovrà agganciare un solo moschettone per favorire il normale funzionamento del dissipatore.

In arrampicata, tenere sempre ben presente i seguenti principi: ricerca dell'equilibrio, sensibilità dei piedi, concentrazione, coordinazione dei movimenti, minimo sforzo, massima sicurezza.
Se la roccia non è verticale, la ricerca dell'equilibrio impone di mantenere una posizione verticale, con il corpo staccato dalla roccia. Occorre sempre arrampicare con calma e serenità, economizzando le forze. Seguire sempre le seguenti regole generali: arrampicare il più possibile sui piedi, con le gambe leggermente divaricate; non incollarsi alla roccia, non cercare appigli troppo in alto e tenere le mani possibilmente all'altezza degli occhi; non tirare con le braccia ma spingere con le gambe; guardare sempre il passaggio più in alto e prevedere i movimenti da fare; poter sempre discendere; cercare un'andatura regolare, muoversi in modo regolare e calcolato; osservare sempre la regola dei tre punti d'appoggio (2 piedi 1 mano, 2 mani 1 piede); considerare che gli appigli più piccoli sono spesso i più sicuri; cercare gli appigli e gli appoggi possibilmente orizzontali; verificare sempre la solidità di un appoggio o di un appiglio colpendolo con la punta delle scarpe o con la mano dal basso verso l'alto (non afferrarlo o scuoterlo, ma batterlo: il suono a vuoto indica meglio di qualunque altra cosa l'insicurezza dell'appiglio).