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lunedì 3 luglio 2017

Rocca Bernauda (3225 m.)

Dire Valle Stretta (Vallée Étroite), normalmente, significa dire Parete dei Militi per i rocciatori, Pian della Fonderia per gli amanti della mountain bike, Monte Thabor per gli escursionisti dei 3000 metri. Ad ogni modo, tutti coloro che vi giungono da Bardonecchia, non possono evitare di ammirare la potenza verticale ed i coni detritici dalla Cresta Bernauda-Re Magi, cresta del Gruppo Alpino della Rocca Bernauda. Lassù, poco prima della vetta, si trova il punto più occidentale d'Italia, estremo confine Ovest fissato nel 1947 dal Trattato di Parigi. Il 1 luglio 2017, lasciata l'auto alla Grange di Valle Stretta, a due passi dai rifugi Re Magi e Terzo Alpini (1765 m.), mi son incamminato con meteo incerto in direzione del Colle della Valle Stretta, per un'escursione che alla fine ha offerto un po' di tutto: lungo avvicinamento fino al Pian della Fonderia (1900 m.) e poi ancora oltre, attraverso il Vallone delle Traversette, fin quasi al Colle della valle Stretta (2434 m.), attacco delle pendici del Gruppo sulla destra in salita su pratoni e roccette, risalita dei nevai che conducono al Colle della Gran Somma, nevicate a partire dai 2500 di quota fino quasi in vetta, nebbie e schiarite, scariche di pietre nei canaloni e persino in cresta e, dai 2800 in su, brecciolino su tutto, pietraie imbiancate, detriti e sfasciumi fradici d'acqua, rocce che si sfaldano al semplice contatto, instabilità ad ogni passo... insomma, non un bel risalire. E così, a 3100 circa di quota, desideroso di poterla ricordare questa giornata e cosciente che la vita val molto di più di una semplice vetta, compresi di aver appena superato il limite massimo di rischio accettabile. Lo scrittore psicoterapeuta Andrea Bocconi ebbe modo di dire: "La solitudine si confà con la montagna, con la sua doppia anima di piacere e di disagio nascosto... La vera paura non eran le vertigini, era proprio il senso che lo sbaglio poteva essere fatale a darmi il brivido". Appeso su una parete fradicia e ammalata di sgretolamento, il piacevole brivido divenne coscienzioso grido d'allarme.
Per chi un giorno volesse salire lassù resterà da scoprire la risalita alla cresta, un paio di saltini che rendono l'escursione un F+, uno sguardo mozzafiato sull'altro versante e l'emozione di essere stato, anche solo per un giorno, l'italiano più a Ovest d'Italia.

mercoledì 21 giugno 2017

Monte Platasse (3149 m.)

La sella tra le Rocce del Rouit ed il Platasse
Il Platasse è un monte delle Alpi Cozie, sullo spartiacque tra la Val Troncea (in Val Chisone) e la Valle Argentera (in Alta Val di Susa).
Dalla rotonda di Sestriere si imbocca una strada che conduce in breve alla località Bessen Haut (1966 m.), una frazione di Saize di Cesana. Si parcheggia appena fuori dall'abitato. Da qui ha inizio la nostra escursione del 20 giugno 2017, alle 4.20 del mattino, alla sola luce della pila frontale. In corrispondenza della casa più alta del borgo inizia una carrozzabile che si inoltra nella Valle Argentera a mezzacosta. In poco più di mezz'ora, si giunge ad una località chiamata 4 Fontane (2230 m.), si supera il bivacco di nuova fabbricazione dedicato a Ugo Ratazzo - bivacco ancora chiuso perché in attesa dell'agibilità - e alcune installazioni legate all'acquedotto, e ci si inoltra nel Vallone Colombiere seguendo in piano la forra del torrente tra fioriti rododendri e anemoni gialli.
Giunti su un arioso pianoro si attraversa il rio.
La croce di vetta
Il sentiero non è sempre ben evidente ed è la pista grattata su pratoni che conduce al Monte Giornalet. Attraversato il rio occorre svoltare a sinistra e risalire il versante opposto inseguendo alcune tracce alquato sfuggevoli. L'intero vallone è solcato da una serie di ruscelli, il rio Crou, il rio Giornalet, il rio Colombiera. Si deve cercare quindi di guadagnare il più possibile la sinistra del vallone fino a scorgere la sella tra le Rocce del Rouit ed il Monte Platasse. Ora occorre risalire gli ultimi dossi erbosi puntando alla sella tenendosi  sulla sinistra orografica del valloncello e seguendo i pochi ometti sparsi qua e là. Si giunge così alla sella (3000 m.) da dove è possibile ammirare la sottostante Val Troncea. Mentre sulla Valle Argentera il versante è caratterizzato da pratoni erbosi e pietraie, il lato sulla Val Troncea è strapiombante, impervio e con una roccia di qualità pessima.
Uno sguardo alla Rognosa di Sestriere
A questo punto si risale l'ampia cresta del Platasse e in 15 minuti si arriva in cima (3149 m.). In vetta si trova una croce di ferro, un libro di vetta e, nei giorni sereni, una splendida visione panoramica che spazia dal Monviso al Bianco. Sulla croce, una targa commemorativa posta dai seminaristi di Pinerolo nel 1967 ricorda il rettore del seminario Mons. Giulio Bonatto. Il 20 giugno giungemmo in vetta alle 8.45 e, dopo un meritato spuntino, scendemmo lungo l'itinerario di salita cercando di sfruttare il più possibile le strisce di ghiaietto e le lingue di neve ancora portanti. La carrareccia che riporta a Bessen Haut, al ritorno, ci sembrò molto più lunga.

giovedì 15 giugno 2017

Roc del Boucher (3285 m.)

Risalendo infiniti pratoni
Non tutte le scalate sono belle. Ciò che non può essere detto di una montagna in sé (le montagne, infatti, sono tutte belle), può essere detto di un'ascensione. Questa è una delle più brutte escursioni che abbia mai fatto: monotona, prevedibile, inutilmente faticosa. Con un ulteriore difetto: una pendenza pazzesca del 45%, ovvero 1350 m. di dislivello in meno di 3 km. Nonostante ciò, il 14 giugno 2017 abbiam pensato che si doveva salire sul Roc del "macellaio" (anticamente noto anche come Roc del Balmas), una delle principali vette della cresta spartiacque Thuras-Argentera, molto panoramica, nota agli amanti dello sci-alpinistico. La prima salita nota, ad opera di cacciatori e di cartografi che vi posero in cima un segnale trigonometrico, è dell'11 agosto 1889.
Dal Comune di Cesana Torinese ci si inoltra nella Val Thuras e si parcheggia l'auto nei pressi della Grange Thuras superiore (quota 1948), ben oltre la lapide dei partigiani, punto in cui si era costretti ad abbandonare il mezzo prima della ricostruzione del ponte in ferro e legno. La strada altro non è che un sterrata sconnessa, piena di buche e con qualche stretto tornante. Parcheggiata l'auto presso l'alpeggio superiore, dunque, si scende verso il letto del rio e lo si attraversa su un ponticello costituito da 3-4 tronchi affiancati e tenuti insieme da graffe di ferro. Un cartello indica i tempi di percorrenza: Ciatagnera 4 ore, Roc del Boucher 4 ore e mezza. Da qui non si può far altro che risalire i pratoni, in direzione Sud-Ovest, secondo una linea praticamente verticale rispetto al ponticello, fino a quota 2700. Per quasi tutto il tempo della salita si potrà tranquillamente vedere l'auto parcheggiata giù esattamente dietro alle proprie spalle. Dai 2000 ai 2500 m. di quota, il 14 giugno trovammo i pratoni completamente ricoperti di processonarie aggrovigliate e dei loro filamentosi bozzoli. Mai avevamo visto una cosa simile: quei pelosi bruchi urticanti che hanno divorato tutto giù al Musinè, presenti in massa nel cuore delle Alpi!
Abitatori delle vette
A quota 2700, al termine dei pratoni, dove il terreno diviene morenico e pietroso, sulla sinistra è possibile scorgere un grosso masso isolato a fianco di una piccola cengia rocciosa. Piegando dunque a sinistra di circa 90 gradi, si risale il pendio fino a guadagnare la sommità dello spallone che diviene poi cresta. Sul crestone Sud-Ovest, sassi e detriti, nessuna traccia, solo qualche pietra posta verticalmente qua e là. Da qui si prosegue in linea retta fino alla vetta. In cima, una piccola croce metallica ricorda dei nomi ed una data, agosto 1979. Nel complesso, un'escursione deludente che aiuta a capire perché la gente venga così poco a camminare da queste parti.

sabato 18 luglio 2015

Punta Marmottere (3387 m.) e Punta Novalesa (3319 m.)



Il bivacco/rifugio Stellina
Con Francesco il 17 luglio 2015 salgo di nuovo sulle Alpi Graie della Val di Susa per una due giorni sul Gruppo del Rocciamelone (sottosezione Alpi di Lanzo e dell'Alta Moriana). La nostra destinazione sono due punte da 3300 metri, la Punta Marmottere (3387 m.) - o come riportata nella cartografia ufficiale francese, Mont Tour - e la Punta Novalesa (3319 m.).
Saliamo dunque con la nostra Ford Fiesta la statale 25 del Moncenisio fino al primo tornante oltre lo spiazzale della vecchia dogana: bivio per l’Alpe Tour, quota 1920. Lì lasciamo l’auto e cominciamo a percorrere i 7 km di sterrata che conducono all’Alpe Tour, prima con una ripida salita iniziale che conduce fino a quota 2200 e poi con numerosi falsopiani e saliscendi, in cui si perdono circa 200 m. di dislivello. Ai nostri piedi si estende la Val Cenischia (la breve valle laterale percorsa dal torrente Cenischia) con tutta la sua storia: la storia della Via Reale, dell’Abbazia di Novalesa (del 726), dei portantini che smontavano le carrozze per trasportarle su e giù lungo la ripida mulattiera, della ferrovia ad aderenza artificiale del XIX secolo.
Verso il Passo di Novalesa
Giunti all'Alpeggio (alpeggiatori di Chivasso, oltre 2000 pecore, centinaia di capre, una ventina di cani, 5 muli per il trasporto degli agnelli, 1 cavallo per quello del sale), un cartello ci indica il sentiero per il rifugio Stellina. A questo punto basta seguire le tacche di vernice bianco/rosse (onnipresenti) con addirittura il disegno stilizzato del rifugio. Dopo un primo tratto piuttosto ripido su un costone erboso, il sentiero taglia da sinistra verso destra passando sotto le infinite pietraie di Punta Marmottere, fino a giungere ad un colletto, oltre il quale, proseguendo a mezza costa, si giunge al rifugio Stellina (2610 m.), il bivacco/rifugio costruito dai volontari di Novalesa su un costone panoramico detto Punta Carolei e che prende il nome da una divisione partigiana guidata dal comandante Giulio Bolaffi: 25 posti letto, cucina e servizi, sistema fotovoltaico, acqua di cisterna non potabile e riscaldamento con stufe, aperto tutto l'anno, custodito da metà luglio a fine agosto e in alcuni fine settimana. Al rifugio troviamo i volontari Sergio e Clara ed un’ottima accoglienza. Cena, chiacchierata con coppia di austriaci e pernottamento in ambiente veramente pulito. Dalle 5 alle 7 un temporale pazzesco scarica sul bivacco secchiate di acqua. Al mattino ci svegliamo con la visione delle pendici del Lamet imbiancate ed una colazione caratterizzata da abbondante caffè vero!! 
Il ghiacciaio del Rocciamelone
I gestori del rifugio decidono di venire su con noi. Partiamo dal bivacco e seguiamo il sentiero per il Passo di Novalesa, ottimamente segnato. Rimontiamo la crestina di rocce ed erba che conduce nei pressi dei serbatoi dell'acqua, affrontiamo un lungo traverso ascendente, attraversiamo una vasta pietraia di rocce di piccola e media dimensione, disagevole solo in un paio di punti per via di qualche frana venuta giù quest’inverno. Superiamo una breve placca inclinata ricoperta di detriti, non troppo esposta, e affrontiamo l’ultimo tratto di ascesa diretta che conduce ad un intaglio roccioso - facilitato da un cavo d’acciaio ancorato alla roccia con qualche split - che conduce al Passo di Novalesa (3220 m.).
Il lungo avvallamento detritico fra le due punte.

Al passo, lo spettacolo è assicurato: il Rocciamelone con il suo ghiacciaio, visibile in tutto il suo sviluppo, dal Col di Resta fino ai crepacci più bassi. Mi sorprende constatare la velocità del suo ritiro, di anno in anno. Di fronte a noi lo sguardo è rapito dal dolce profilo della Pointe du Ribon (3529 m.).
Viriamo a sinistra e percorriamo la cresta di confine seguendo le tacche di vernice gialla (un po’ sbiadita), prima sul filo e poi, dopo le prime asperità, tagliando tutto il pendio nord della Punta Novalesa - alquanto strapiombante su questo lato - con un traverso tra pietrame e ghiaia a mezza costa e raggiungendo poco dopo un ampio pianoro compreso tra la Punta Novalesa e la Punta Marmottere. Sbucati su un colletto nevoso,  proseguiamo sul largo avvallamento detritico ed arriviamo rapidamente sulla Punta Marmottere in 2 ore e mezzo circa.
In vetta alla Marmottere
Il versante nord-est appare detritico nella parte superiore; più a valle si affaccia su quanto rimane del Ghiacciaio del Rocciamelone con una balza rocciosa. Quello sud-ovest, rivolto verso la Val Cenischia, si presenta invece aspro e dirupato. In vetta oltre a un cippo di confine eretto nel 1963, troviamo solo un modesto ometto di pietrame. Fu il Trattato di Parigi del 1947 che decretò la deviazione del confine italo-francese dallo spartiacque principale propria dal questa cima.
Oltre, la discesa al colletto del passo delle Marmottere e della Rocca Tour (3175 m.) appare veramente disastrata dalle frane e la prudenza ci consiglia di non tentare la discesa ad anello per tornare al rifugio.
Sulla Punta Novalesa
Dopo le rituali foto e un breve spuntino, scendiamo lungo la cresta per risalire su quella della vicina Punta Novalesa, tanto verticale su un lato quanto ampia e gradinata sull’altro. In cima troviamo un ometto di pietre. In cima alla Marmottere il gestore Sergio ci aveva promesso un’insalata di riso allo Stellina e allora, dopo una foto sulla fetta Novalesa, ridiscendiamo velocemente alla depressione detritica tra le due cime, ritorniamo al Passo e da qui, giù veloci al rifugio. Dopo pranzo, caffè, ultimi saluti e ritorno al lago del Moncenisio attraverso l’Alpe Tour e l’infinita sterrata, tra noiosissimi saliscendi e insistente pioggerellina.

venerdì 10 luglio 2015

Punta Sommeiller (3333 m.) e Monte Ambin (3264 m.)

Il vallone di Galambra
Dopo i giorni trascorsi tra le vette della Val Varaita, ritorno in Val di Susa, sempre bella, sempre amica: la valle di casa mia. La mèta di oggi sono due punte oltre i 3000, una salita classica dell’escursionismo “nostrano” che prevede l’arrivo ai passi dei Furneaux (già oltre i 3000), la salita alla Punta Sommeiller (3333 m.) su tracce di sentiero tra sfasciumi e detriti, il percorso che conduce al Monte Ambin (3264 m.), da non confondere con la più famosa Rocca d’Ambin, ed il ritorno ad anello al pianoro detritico del lago Galambra (2972 m.).


La Punta Sommeiller dai passi del Furneaux
La prima parte dell’escursione consiste nella risalita del Vallone di Galambra, dal rifugio Levi-Molinari (1849 m.) al bivacco Sigot (2910 m.), lo stesso itinerario fatto nel 2013 per la Cima del Vallonetto. Dopo una brevissima sosta al lago delle Monache (2568 m.), già individuabile dal basso per la presenza di un vecchio edificio della teleferica militare, arrivo così al bel bivacco arancione costruito nel 1997 dal CAI e dal Soccorso Alpino di Susa in onore di Mario Sigot, alpinista morto nel 1994 sulla Grand Hoche.
Dal bivacco contorno la conca dove un tempo non lontano sorgeva il ghiacciaio Galambra (oggi qualche nevaio ed un laghetto) verso nord-ovest e raggiungo su di un ampio pianoro il passo Galambra, ben segnalato dalla presenza di una vecchia caserma diroccata (3078 m.). Tutto il territorio compreso fra il Vallonetto ed il Sommeiller, con i suoi dossi detritici, ricorda la superficie lunare, tanto è irreale. Alcune caserme, ormai in degrado, ricordano i tempi della guerra ed anni addietro costituivano un riparo in caso di brutto tempo mentre oggi le coperture sono fatiscenti. Qui volgo a sinistra seguendo il crestone detritico solcato da varie tracce di sentiero. In breve passo sotto la Cima dei Furneaux (3207 m.) e proseguo lungo il filo di cresta, o poco più sotto sul versante della Val di Susa, fino alla Punta Sommeiller.
In vetta alla Punta Sommeiller

In cima trovo un ometto ed un pilastrino in pietre recante il segnale trigonometrico che fissa i 3333 m. di quota di questa punta intitolata a Germano Sommeiller, l’ingegnere che progettò e diresse i lavori del traforo ferroviario del Frejus. Curiosamente, pur essendo una delle cime più importanti della valle, la Sommeiller rimane nascosta e la sua mole non è visibile da nessun luogo del fondovalle.



In vetta al Monte Ambin
Il cielo è terso ed il panorama è spettacolare, a 360º: le vette del Delfinato, la Rognosa d’Etiache, il Gran Paradiso, il Niblè, la Rocca d’Ambin, il Rocciamelone, i 3000 della Val Chisone e dell’Alta Val di Susa… Due panini e proseguo sulla dorsale detritica di destra, direzione est poi nord-est, su una traccia di sentiero che talvolta si abbassa dalla parte della Val di Susa; aggiro comodamente delle roccette sulla destra e raggiungo la quota non nominata 3299 m. Da qui la traccia di sentiero torna più evidente e raggiungo rapidamente un ampio colletto da cui appare il Monte Ambin 3264 m., con la sua argentata croce metallica. Ci arrivo con un facile passo di arrampicata su una piccola placca rocciosa sotto la croce. Questa Punta Ambin è posta sulla cresta compresa tra la Punta Sommeiller ad ovest e il Col d’Ambin ad est: è veramente poco appariscente dal versante italiano, ma da quello francese presenta una parete nord di tutto rispetto, una delle poche salite di ghiaccio delle Alpi Cozie Settentrionali.
Il detritico altopiano del Galambra
Per scendere punto “a vista” verso il bivacco Sigot sfruttando i resti nevosi del vecchio ghiacciaio ed i ghiaioni detritici e percorrendo tutto il “lunare” altopiano di Galambra. A bivacco ritrovo il bel sentiero Gta che in un paio d’ore conduce al rifugio.
In sintesi, bellissima giornata di sole, vento fresco, più di 1600 m. di dislivello. Ho avvistato un branco di stambecchi per nulla intimoriti e persino qualche escursionista in salita e in discesa.











giovedì 10 luglio 2014

Il rifugio Vaccarone (2747 m.)

Il rifugio Vaccarone

Se in città soffocate di caldo e non avete in casa un bel terrazzo da cui rimirare, potete salire al rifugio Vaccarone e godere da lassù, dai suoi 2747 m., di una vista spaziale sulla Val di Susa, sulla città di Torino e pure oltre. Volgendovi a monte poi, potrete ammirare uno dei più selvaggi gruppi delle Alpi piemontesi, il gruppo dell’Ambin. Arrivarci, è bene dirlo, non sarà semplice. Si parte da molto basso, dalle case superiori di Giaglione o dalle Granges di Chiomonte, o da molto lontano, dal rifugio Levi-Molinari o dal Colle del Piccolo Moncenisio, passando per il Colle Clapier: percorsi di 4-5 ore, o anche più, a seconda delle velocità.
L'ultima fatica
Troverete lassù, nei pressi del lago dell’Agnello, un rifugio con una lunga storia. Costruito nel 1900 dal Cai di Torino - e dedicato all’Avv. Vaccarone, uno dei 200 firmatari dell’atto di fondazione del Cai nel 1863 - chiuso nel 1997 ed infine, grazie alla cessione al Cai di Chiomonte, riaperto nel 2012: 15 posti letto, tutti in un’unica camerata al piano superiore, e una cucina genuina e ben curata, impreziosita dalla fatica di chi se l’è portata in spalle: Nino, il rifugista.
 Il Vaccarone è una delle tappe storiche del Tour dell’Ambin, insieme ai rifugi Ambin, Levi-Molinari e Petit Mont-Cenis. Su queste montagne probabilmente posò gli occhi Annibale, ‘esodarono’ i Valdesi , cacciarono contrabbandieri e pastori, spararono i militari della seconda guerra mondiale, si ‘battezzarono’ le prime imprese di Coolidge.
La cresta dei Denti d'Ambin
Ma non solo traversate. Avrete anche la possibilità di effettuare fantastiche ascensioni, escursionistiche ed alpinistiche: la Rocca d’Ambin (3377 m.), la Punta Ferrand (3348 m.), i Denti d’Ambin (3371 m.) ed il Monte Niblè (3365 m.).
Noi, il 9 luglio 2014, vi abbiamo trovato un mondo antico e potente, fatto di mulattiere e pianori, pascoli e valloncelli, pietraie e bastionate rocciose e, più su, laghetti, rocce montonate, creste moreniche e qualche ‘muretto’ alpinistico. E poi tambecchi e camosci... Ma attenzione al meteo. Il giorno seguente, quello stesso mondo, si era trasformato in un mondo 'artico': vento forte, bufere di neve, freddo intenso e nebbia, tanta nebbia. Le due foto sottostanti sono state fatte sulle rive del Lac de Savine, ad un giorno di distanza...
Lac de Savine, ore 16.00 del 9 luglio
Lac de Savine, ore 10.00 del 10 luglio

mercoledì 4 settembre 2013

Monte Giusalet (3312 m.)

Rifugio Avanzà (2574 slm)
Lo spartiacque che separa le sottovalli Cenischia e Clarea culmina in un monte tra i più panoramici della Val di Susa, il Monte Giusalet (o Ciusalet o ancora Signal de Clery), una montagna di 3312 metri in territorio francese.
Ci siamo saliti nel torrido 3 settembre di questo 2013. Lasciata l'auto a quota 1950 circa (praticamente al bivio sterrato tra la Bergeria Martina e la Grange Marzo), si imbocca il sentiero di sinistra, quello che si arrampica lungo i pratoni della Berg. Mabert e conduce al Rifugio privato Avanzà mediante sentiero a mezzacosta sotto la cresta del Toasso Bianco. In meno di due ore si arriva al Rifugio, a quota 2574. Il Rifugio, di proprietà del Comune di Venaus, è una ex-casermetta militare di 24 posti letto gestita dalla Pro Loco e aperta tutti i giorni delle prime tre settimane di agosto e solo nei weekend per il resto dell'estate.
Giunti al Rifugio, voltandosi indietro, è possibile ammirare la mole del Toasso Bianco, una punta di 2622 metri con una ripida parete di roccia biancastra ("toasso" è il nome generico che significa "roccia friabile"). La cresta che sale dal Passo Avanzà è rocciosa nella parte inferiore ed è percorsa  da un "camminamento", un doppio 'taglio', realizzato in passato per opere militari.
In un quarto d'ora, su comodo sentiero che sale su bellissimi prati, si giunge al Lago della Vecchia (2670 m.), un laghetto alpino di modeste dimensioni che alimenta il Rio Berta e che segna il confine con il territorio francese. Da qui inizia il tratto spaccagambe che conduce alla cresta del Giusalet.  Il lago viene superato sul suo versante di sinistra, prima guadagnando quota zigzagando sul pendio pietroso e poi tagliando sempre più verso il centro del canalone. Si sale seguendo le tracce di vernice rossa ed i numerosi ometti sparsi sul percorso con un occhio ai poderosi blocchi di pietra ed uno ai numerosi stambecchi in relax sul vasto pendio detritico. Si giunge così sulla cresta SSE da dove è possibile gettare uno sguardo sul profondo ed ampio Vallone de Savine.
Stambecchi
Da qui si riprende a salire sulla destra fin sotto la balza rocciosa dell'anticima e si raggiunge in un istante la croce di ferro posta sulla cima con tanto di libro di vetta incorporato.
Percorrendo la cresta in direzione NNE, in leggera discesa, si può raggiungere la Cima di Bard (o di Bar, 3151 m. slm), una vetta poco pronunciata che, sul versante N, offre una grande parete solcata da diversi itinerari su roccia.
Per il ritorno è possibile un percorso ad anello. Ritornati al Rifugio Avanzà, si può discendere per il lato opposto a quello di salita rispetto alla cresta del Toasso Bianco: dal passo Avanzà, subito sotto il Rifugio, si procede lungo il vallone che conduce al Bar Cenisio fino a superare la Grange della Vecchia (diroccata) e poi svoltando a destra lungo la mulattiera che porta alla Grange Marzo (talmente diroccata da essere praticamente invisibile). Da qui, seguendo la mulattiera sterrata si giunge al punto di parcheggio dell'auto.
La vetta del Giusalet


giovedì 22 agosto 2013

P.ta Chalanche Ronde (3042 m.), la Punta (3046 m.) e P.te des Rochers Charniers (3067 m.)

Verso il Passo dell'Asino
In Alta Val di Susa, sopra Oulx, si possono esplorare tre punte, tutte sopra i 3000 metri, facilmente concatenabili con una comoda passeggiata in quota. Ma per arrivarci... bisogna faticare. Sono tre punte facenti parte del gruppo dello Chaberton: la Punta di Chalanche Ronde (3042), la Punta (3046) e, in Francia, la Pointe des Rochers Charniers (3067).
È possibile partire da diversi punti, da Claviere, da Monginevro ma, la mattina nebbiosa del 21 agosto 2013, scelsi di partire da Pourachet, una località raggiungibile con una discreta sterrata da Vazon (frazione di Oulx). Fermata l'auto al bivio per la Modonna di Cotolivier, a quota 2030 circa, si prosegue a mezzacosta in direzione Pourachet per qualche chilometro in piano. La stradina - indicata sulle carte con la sigla B1/UF/601b - diventa sentiero e percorre i boschi del lungo Plan de la Selle (possibili avvistamenti di daini, marmotte e, cosa veramente emozionante, qualche aquila che qui si sente evidentemente al sicuro anche a bassa quota), sotto la ben visibile Croce di S. Giuseppe. In breve tempo si giunge sotto ciò che rimane del Ricovero Rocchette, una costruzione di cemento incastonata sotto un torreggiante cono di pietra. Qui il sentiero si divide in due: a destra si sale al Pas du Desertes ma per raggiungere le tre punte occorre svoltare a sinistra. Qui il sentiero perde un po' di quota per poi risalire al Colletto del Lago di Desertes (2271). Dal Lago inizia l'assalto al Passo dell'Asino: una salita dura di circa 700 metri di dislivello su una pietraia bianca (che quel giorno, avvolta nella nebbia, sembrava essere lattiginosa) che ricorda tanto i paesaggi dolomitici. Si risale la pietraia dal lato orografico sinistro del vallone con rapidi zigzag, alcuni traversi che riconducono al centro del vallone e più facili tratti su spalle erbose.
Panoramica sulla Valle di Susa
A quota 2500 circa, quel 21 agosto, spuntò finalmente il sole tra le nebbie e mi permise di vedere, per la prima volta, la valle di Susa sottostante ed il Passo dell'Asino a monte (a quota 3000).
La traccia, che fino a quel momento mi guidò con ometti ogni 20 metri, si fece più incerta fino a perdersi. Così, invece di procedere in direzione del passo, svoltai a destra per risalire il ripido versante che termina al passo definito Pas de Chalanche Ronde, tra l'omonima vetta e la Rocca del Lago (2736).
Un tratto della Crete Grandes Becs
Da qui ha inizio la Crete Grandes Becs, una cresta con passaggi anche di II grado, che conduce al Chalanche Ronde. Sulla vetta si trova una croce di legno con il nome e la quota della punta, un rullo di preghiera tibetano addobbato con bandierine colorate di tipo himalayano e un libro di vetta ben protetto in un cilindro di plastica dura.
Il panorama è spettacolare, a 360 gradi: dal lontano Monviso fino alle vette della Val d'Aosta, dalla Val di Susa e del Chisone fino alla Barre des Écrins e alle vette del Delfinato.
Si scende dalla Chalanche Ronde e si raggiunge il Passo dell'Asino (3000) per poi risalire verso la Punta (sembra strano ma è denominata così, la Punta e basta, su tutte le carte) di qualche metro più alta della precedente. Qui in vetta è possibile 'ammirare' solo un piccolo cippo di cemento con la scritta "F 1947".
La vetta della Punta Chalanche Ronde
Proseguendo ancora lungo la linea di cresta si arriva così alla P.te Rochers Charniers (3067), punta segnata da un semplice ometto di pietre (fatto pure male) e un tondino di ferro completamente arrugginito.
Il ritorno, bissata la Punta, avviene giù dal Passo dell'Asino e poi per la stessa traccia percorsa salendo.
In conclusione, la parte più interessante della gita è data proprio dalla cavalcata sulla Crete Grandes Becs. Dal Passo della Chalanche Ronde la cresta è prima erbosa, poi rocciosa e, dopo un breve tratto esile, presenta un grande torrione da scalare con attenzione data la presenza di roccia molto rotta e delicata. Si prosegue la larga cresta detritica fino a giungere al breve salto roccioso sotto la vetta, da affrontare con breve arrampicata.

sabato 27 luglio 2013

L'Argentier (3046 m.) e la Punta Nera (3041 m.)

Non tutte le valli sono belle uguali. La Valle della Rho, uno delle quattro che partono a raggiera dal Comune di Bardonecchia (in Alta Val di Susa), è una di quelle in cui l'opera dell'uomo ha fatto più scempio in assoluto.
Il Colle della Rho a sinistra e Le Grand Argentier sulla destra
In alto, tuttavia, dove il Colle della Rho e le vette dell'alta montagna sono lontani dai lavori dell'acquedotto, si respira ancora l'aria dell'inviolato.
Partito il 25 luglio 2013 dalla piccola chiesetta della Madonna di M. Serrat (1756 m.), oltre la Grange della Rho, percorsi - non senza disagio - lo sventrato fondovalle e, attraversato il torrente alla meno peggio, raggiunsi in breve tempo i dossi erbosi dominati da un vecchio ricovero militare abbandonato. Da lì, su sentiero ben marcato, proseguii per il Pian dei Morti (2362 m.), un pianoro denominato così in seguito ai numerosi militari italiani morti per mano di francesi durante l'ultima guerra mondiale.
In vetta all'Argentier
Poco prima del Colle, 50 metri a destra dopo una palina indicatrice, incomincia ad attaccare i prati erbosi per scavalcare la dorsale sotto il Roc de Jany e raggiungere il sentiero di avvicinamento alla cresta che conduce alla Punta Nera, la vetta dominante Bardonecchia, meta della mia escursione. Oltre la quota 2600 i prati si trasformarono in terreno detritico di rocce in sfacelo. Raggiunsi così sul colletto detritico tra le due cime della Punta. Volsi a sinistra per raggiungere il primo corno - segnalato da una semplice palina di plastica - e proseguii sulla cresta per toccare la quota 3046 del Mont Argentier, in territorio francese. Dopo una breve pausa per contemplare le alte vette francesi ed il Colle del Frejus, ritornai al primo corno e proseguii, sempre in cresta, per il secondo corno della Punta Nera, ben segnalato da una semplice croce di ferro fissata da quattro lunghi tiranti d'acciaio.
In cima alla Punta Nera
La discesa avvenne lungo l'itinerario di salita fino a quota 2600. Dopodiché decisi di discendere direttamente i dossi erbosi fino a fondovalle evitando il Pian dei Morti e aggirando la caserma militare abbandonata. Incrociai così una curiosa sterrata che, a mezzacosta, conduce nei pressi delle grangie sottostanti in direzione della Valle del Frejus. Passata una galleria di una decima di metri ed un tratto direttamente sottratto alle pendici del monte come fosse una grossa gengia rocciosa, giunsi sulla verticale della chiesetta, che raggiunsi in fretta con ripida discesa per pascoli.
In sintesi: progressione in fondovalle da dimenticare, seconda parte in alta quota sempre suggestiva.