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domenica 10 luglio 2022

La Cima Bianca (3009 m.)

“E cammina, cammina…”

Quante volte abbiamo letto quest’espressione nei libri di favole scritti per i più piccini. Ebbene, ecco qui una vetta che ben esprime il senso di queste parole. Chilometri e chilometri di avvicinamento su strada interpoderale, perfettamente in piano, per poter poi attaccare una montagna dal nome, anch’esso, fiabesco: la Cima Bianca, un 3000 posto a sud del Cervino e raggiungibile in 4 ore dalle frazioni superiori di Torgnon.

Siam saliti l’8 luglio del 2022 in Valtournenche. Superato l’abitato di Torgnon e la frazione di Septumian, al termine della panoramica strada asfaltata che conduce ai verdi pratoni del Plan Prorion - un verde anfiteatro altamente turistico raccolto dalla dorsale formata dalla Becca d’Aver e dall’anticima del Mont Méabé -, lasciamo l’auto in località Chantorné-Dessus.

Da qui saliamo lo sterratone che conduce al laghetto di Gordzé (bar-ristorante e attiva attrazione turistica della valle) e, giunti ad un bivio, imbocchiamo la strada interpoderale di sinistra per l'Ospice de Chavacour segnata col n. 1, mèta di camminatori, ciclisti semielettrici e numerosi cavallerizzi che scorrazzano tra la Bois di Chantoné e quella d’Arpeille. Da qui si comincia a camminare per circa un ora, tra boschi ed alpeggi (avvistate tre aquile rincorrersi tra le punte dei pini a bordo strada), sempre rigorosamente in piano.

Questo lungo tratto pianeggiante si sviluppa sul tracciato di un vecchio acquedotto chiamato Ru Verrayes e conduce ai pascoli degli alpeggi di Tronchaney, di Meiten, di Fossemagne e Château, presso l’Ospice de Chavacour. Superato l’ultimo alpeggio troviamo finalmente a sinistra la palina indicatrice per la Cima Bianca, il sentiero caratterizzato da bolli e frecce gialle n. 3 e 4.

Dopo un primo tratto su pascoli erbosi a sinistra dell'alpeggio di Crot de Loy, il sentiero sale a piccoli tornanti serpeggiando tra rocce ed erbosi pianori fino a superare un paio di ruscelli e giungere ad un promontorio roccioso da cui si scorge il bivacco Tzan, un manufatto in lamiera nei pressi di un laghetto e posto alle pendici della Pointe de Tsan, la padrona di casa di questo valloncello chiamato Comba de Chavacour. Si procede a sinistra di uno sperone roccioso, si supera un secondo promontorio e, poco prima di raggiungere il bivacco,  una pietra segnala il bivio tra gli itinerari 3 e 4. Occorre, dunque, svoltare a sinistra e seguire l’indicazione per il sentiero n. 3. In poco tempo si arriva così alla base dell’alpeggio diroccato di Erbion.

Superata la cinta muraria dell’alpeggio, saliamo gradualmente lungo la torbiera posta al centro del valloncello, fino a raggiungere una sorgente.

Il sentiero ora risale nei pressi di una morena, in parte su pietraia ed in parte su tracce erbose, a tratti poco visibili. Numerosi gli ometti che segnalano il tracciato di salita. Centro metri circa oltre la morena, svoltiamo a sinistra, in direzione della cresta, e risaliamo ripidi tornanti, a volte gradinati, a volte leggermente franati. Attraversati un paio di canalini giungiamo finalmente sul crinale dove, svoltando a destra, cominciamo a percorrere la cresta sotto lo sguardo indifferente di un camoscio. Giunti ad un bianco promontorio roccioso, lo superiamo sulla sinistra attraverso una sorta di canalino segnato dai soliti bolli gialli e da vari ometti. Scendendo leggermente e riguadagnando il filo di cresta in un paio di occasioni, arriviamo infine alla base della vetta su cui è posizionata una croce di legno. Una placca metallica sulla base della croce spiega: “Questa croce / testimonianza di una fede a vita / a protezione di quanti frequentano questi monti / Cima Bianca / I Cacciatori / 14-7-1996”.

Dalla vetta il panorama è semplicemente sublime: dall’Alta Val d’Aosta del Monte Bianco ai monti più prossimi, come la Becca di Luseney, la Pointe de Tzan, il Cervino, naturalmente, ed il gruppo del Monte Rosa, i 3000 della Valtournanche quali la La Gran Sometta, il Mont Roisetta, il Grand Tournalin, fino ai monti della valle centrale: il Tersiva, l’Emilius, il Gran Paradiso ed il Rutor.

Un’escursione lunga, dunque, di oltre 1100 m. di dislivello, ma soprattutto di tanto spostamento, di lunghe percorrenze e di un po’ di fatica.



giovedì 23 agosto 2018

Punta di Laval (3091 m.)

Cascata di Pila
Come molti sanno, la Valle d'Aosta non è solo il Bianco e il Cervino. Per chi arriva a Cogne, oltre la frazione di Gimillan (a 3 km dal capoluogo e a quota 1787 m.), potrebbero spalancarsi le porte di un mondo incantato, porte che conducono ai piani superiori del vallone di Grauson, "sito di interesse comunitario" dal 1992, con le sue baite abbandonate, i suoi torrenti impetuosi e le sue creste sinuose. Poi, naturalmente, le sue alte vette rocciose, di cui una dozzina oltre i 3000.
Lasciata l'auto nei pressi di un ponticello in legno che attraversa il torrente, si imbocca il sentiero numero 8 che risale i pratoni dietro il paese e prosegue poi a mezzacosta. Oltrepassato il panettone alle spalle di Gimillan, si scende fino ad arrivare ad un secondo ponticello in legno che attraversa il torrente Grauson a quota 1925, in località Ecloseur.
Da qui si comincia finalmente a salire, tra boschi e prati, su bel sentiero, sempre ben segnato ed evidente. Dopo una prima scalinata si giunge ad un bivio, segnalato da un cartello: a sinistra per la cascata di Pila, dritto per l'Alpe Grauson vieux. Si consiglia vivamente una visitina di 10 minuti alla cascata, un bel salto d'acqua rinfrescante.
Alpe Grauson vecchie
Si giunge così sul pianoro prativo su cui sono adagiate le baite abbandonate dell'Alpe Grauson vieux, un gruppetto di casette in pietra poste alla base della Testa Pra di Ler. Una croce segna il punto ed una palina indicatrice orienta a destra gli escursionisti diretti al Monte Creya o al Passo d'Invergneux e a sinistra quelli diretti ai Laghi di Lussert o al Colle Saint Marcel. Il sentiero, dunque, corre sul pianoro, poi vira leggermente verso destra rispetto all'Alpe, e si infila nel valloncello tra la Testa Pra di Ler ed il Creya. Con alcuni tornanti, si risalgono i pendii erbosi sui quali si affaccia l'Alpe Grouson nouveau, poche casette a quota 2500, impreziosite da una freschissima sorgente.

Colle Saint Marcel
Superata l'Alpe nuova il sentiero, con qualche tornante ed un ampio traverso ascendente, risale il pendio erboso e conduce ai piani superiori, caratterizzati dal bel Lago Coronas, a quota 2700. Qui, per ogni eventualità, il percorso comincia ad essere segnalato anche da evidenti ometti con bolli e frecce gialle. Senza giungere al lago, visibile solo dopo qualche metro di ascesa, si risale il pendio erboso che conduce al Colle di Saint Marcel. Una volta giunti sul Colle (2916 m.) è possibile far scivolare lo sguardo sull'ombrosa mole del Monte Emilius, sul peso della Punta Tersiva e, naturalmente, sulle ghiacciate pendici del Gran Paradiso. Per la nostra mèta, ora, occorre incamminarsi in direzione SE lungo la "cresta del Tessonet", una puntina posta tra le Punte Gianni Vert (3148) e Tersiva (3512).
La lunga Cresta del Tessonet dalla Punta di Laval
Una traccia sulla sinistra consente di evitare un primo risalto roccioso e prosegue erbosa e detritica sul filo di cresta. Con una facile camminata in cresta, dunque, dopo un paio di aggiramenti e qualche risalita su terreno un po' instabile, si giunge rapidamente ad un primo vertice, segnalato da una semplice pietra posta verticalmente, ed ad una seconda puntina segnalata addirittura con una rudimentale ammucchiata di sassi: tutto un po' deludente, ma comunque comprensibile, vista la presenza di punte ben più rinomate ed ambite nella zona. Vi siamo giunti il 22 agosto 2018 in una giornata nuvolosa ma, per fortuna, non calda.
Per il ritorno, consigliamo di scendere per lo stesso tragitto, al limite tagliando un po' il sentiero per pratoni: in questo caso occorre tenere il lago come punto di riferimento e poi riguadagnare il sentiero dall'Alpe in giù.

sabato 26 agosto 2017

Becca di Nana o Falconetta (3010 m.)

Scorcio sulla Val d'Ayas
La Bec de Nanaz (o Falconetta), una delle splendide cime dello spartiacque tra la Val d'Ayas e la Valtournenche, è un 3010 m. di grande respiro situato in un punto strategicamente panoramico sui ghiacciai del Rosa, sul Breithorn, sul Castore e, nei giorni sereni, sulla cuspide del Cervino. Partiti in una calda mattinata del 25 agosto del 2017 da Mondriou (1831 m.), una frazione del comune di Ayas poco oltre Antagnod, siam giunti in vetta in poco meno di 3 ore senza perdere mai il sentiero di salita: proprio la pulizia del sentiero potrebbe essere la ragione per cui sul web questa cima viene da qualcuno classificata come E. In realtà non si tratta di una passeggiata ma di una vera e propria ascensione ad un 3000 di tutto rispetto. Parcheggiata l'auto nei pressi della frazione, si imbocca un vicoletto posto a sinistra della chiesetta (qui la palina gialla dei sentieri indica 3.15 ore come tempo di percorrenza) che, attraversata una breve zona boscosa, conduce ad un pratore assolato. Il sentiero, contrassegnato da frecce gialle e numerato 3, dopo aver intersecato il Canale Courtod, conduce in breve tempo ad una prima alpe, l'Alp Metzan (2016 m.). Da qui si scorge in alto a sinistra la piccola chiesetta Notre Dame di Montagnards appollaiata su un panoramico sperone. Il sentiero prosegue dolcemente con un lungo traverso in direzione della chiesetta, posta a pochi metri dall'Alpe Vascotchaz (o Vascoccia), a quota 2250. Qui occorre tralasciare il sentiero 3 che conduce al Colle di Vascoccia (e più oltre al Colle di Nana) per proseguire a sinistra lungo la diramazione 3A. Raggiunta l'Alp Planpera, un evidente asse di legno con la scritta "Falconetta" indica il giusto percorso di salita. Il sentiero conduce quindi all'interno di un verde valloncello che, con qualche ripido strappo in direzione nord-est, conduce l'escursionista fin sotto una bastionata rocciosa, preludio di vetta. Raggiunto un colletto sul crestone, in 20 minuti si arriva in vetta in direzione nord.
Croce di vetta
In cima troviamo un'alta croce mettalica ed un piccolo altare in pietra, manufatto a ricordo dei 18 alpini morti in un incidente nel 1954. Con qualche passo in più verso nord è possibile guadagnare la vera cima del Falconetta, per uno sguardo panoramico libero da ostacoli.
Sotto di noi, sul versante della Valtournenche, una femmina di stambecco accudisce il suo cucciolo. Sopra le nostre teste, due rapaci volano con ampi cerchi in un'emozionante gioco aereo fatto di incroci e di spirali. Il vento ci obbliga ad indossare le giacche e le nebbie salgono veloci dal fondovalle. Dopo le rituali foto di vetta ed un rapido pasto, le previsioni meteo ci spingono a ridiscendere velocemente per lo stesso percorso di salita.
Poco prima di raggiungere la bastionata rocciosa abbiamo modo di osservare da vicino la coppia di stambecchi che nel frattempo si era spostata sulla Val d'Ayas... pochi istanti ma sufficienti per comprendere chi siano veramente i veri padroni di queste terre alte!
Equilibrismi
Torniamo portandoci a casa il ricordo di una bella punta, di verdi vallate, di panorami infiniti fatti di ghiacci perenni (speriamo ancora per molto!) e di graziose creature che popolano questi mondi. In discesa, due falchi ci accompagnano lungo il tragitto, un ultimo saluto da questa montagna che non a caso si chiama Falconetta: già nel 1928 il testo Vallée de Challand considerava la Becca di Nanaz territorio a loro caro.
E per finire, la preghiera posta all'interno dell'altare trovato in cima, a memoria di tutti gli alpini morti in montagna:
"Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna. Noi ti preghiamo: su nel Paradiso lascialo andare per le tue montagne. Santa Maria, l'alpino che è caduto ora riposa nel cuor delle montagne. Noi ti preghiamo: ogni stella alpina, un ricordo su per le montagne".

martedì 23 agosto 2016

Punta della Valletta (3090 m.)

La Conca di Pila vista dal Testa Nera
Una delle più belle escursioni in Valle d'Aosta è certamente quella alla Punta della Valletta, un 3090 m. posto sulla testa della Conca di Pila, un 3000 agevolato dalla possibilità di salire in seggiovia fino a 2300 m. di quota circa. Lasciata l'auto nel piazzale antecedente al sottopassaggio del paese, infatti, si può salire a piedi i 1300 metri di dislivello o lasciarsi comodamente aviotrasportare in quota dalla seggiovia di Chamolé. Il 23 agosto 2016, in ritardo sulle consuete abitudini e per niente attratti dai pratoni ricoperti di cannoni sparaneve, abbiamo preferito pagare pedaggio per poi cominciare a scarpinare dopo i boschi dominati dalle piste da sci del noto comprensorio. Scesi dalla seggiovia, abbiamo puntato direttamente alla cresta che in linea diretta conduce sul Testa Nera, una montagna posta tra il Col di Chemolé e la nostra Punta. In poco più di un'ora eravamo in vetta (2819 m.).
Croce di vetta del Testa Nera
Dopo una breve sosta, proseguendo a destra per chi sale da Pila, abbiamo percorso l'intera cresta che conduce alla Punta, sormontando il Mont Belleface (2970 m.), prima su facile crinale erboso (contrassegnato con il numero 19a), dolce e sempre ben segnato con frecce gialle, poi con qualche tratto di pietraia mai difficile e mai esposta. Il tratto finale, su roccette, conduce rapidamente in vetta alla Punta Valletta dove attende l'escursionista una grossa croce metallica, un libro di vetta, ed una insolita preghiera, la preghiera dell'alpino. Dalla Punta è facile rendersi conto della straordinaria panoramicità del luogo: la Conca di Pila e la valle di Cogne, il Monte Bianco, il Rosa (un po' nascosto), il Cervino, la Grivola, il Gran Paradiso, l'Emilius (il grande monte roccioso che all'alto dei suoi 3559 m. scruta il camminatore lungo tutto il suo percorso), il Gran Combin, tantissime altre vette minori ed i grandi ghiacciai della Val d'Aosta... Dopo una meritata sosta e le foto di rito, siamo scesi lungo la ferrata che conduce al Col Tsa-Seche (2820 m.). Parliamo di ferrata perché trattasi proprio di questo: una ferrata con semplici passaggi (nonostante l'esposizione in alcuni punti) in alta quota, divertenti cenge un poco esposte, facili roccette e qualche passaggio di II grado, quasi sempre sul lato della Valle di Cogne.
La croce di vetta della Punta della Valletta
Giunti sul Col Tsa-Seche, imbocchiamo un ripido sentiero (contrassegnato con il numero 22) che conduce rapidamente a valle passando dal Pian de Leyve e scivolando poi giù lungo l'erba alta delle piste da sci, fino a Pila. In "men che non si dica", ritroviamo l'auto nell'enorme piazzale di Pila, un parcheggio così grande che la dice lunga sullo sfruttamento turistico di queste località, soprattutto d'inverno.
E ora, ci piace finire recitando la suddetta preghiera dell'alpino, anche se il cartello posto sulla croce della Punta risulta essere spezzato in tutti e quattro gli angoli:

"Sulle nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza delle Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, le nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani, e ci aiuti a essere degni delle glorie dei nostri avi. Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall'impeto della valanga; fa che il nostro piede posi sicuro su le creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi; rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana. E Tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti, Tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli Alpini vivi ed in armi, Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni e ai nostri Gruppi. Così sia".

venerdì 12 agosto 2016

Corno Vitello (3054 m.)

Il Rifugio Arp
Sullo spartiacque tra la Val d'Ayas e la Valle del Lys, spunta una pinna di squalo di oltre 3000 metri, nota come Corno Vitello o, in dialetto walser, Chalberhorn. "Le roccie del Kalberhorn e del Pfaffe ricordano la curiosa leggenda di un vitello tenuto a battesimo da uno stupido chiericuzzo"; così scrivevano Giovanni Bobba e Luigi Vaccarone nel 1896. In walser, infatti, "pfaffe" significa pretaccio. Tre anni dopo, l'abbé Amé Gorret e Giovanni Varale specificarono meglio: "secondo essa, uno sciocco pretocolo, mentre una vacca partoriva, avrebbe impartito il battesimo al vitello. Lo scandalo sollevò rumore ed al prete fu imposto per penitenza di alternare lo studio colla preghiera"; in seguito, ritornato in montagna, si distinse in un coraggioso salvataggio di una mandria da una incombente frana; "da quel dì, la figura del prete sarebbe rimasta impressa sulla roccia e la punta avrebbe preso il nome di Corno Vitello.
Il lago Valfredda inferiore
Lasciata l'auto a Estoul (1815 m.), una frazione di Brusson (Val d'Ayas), il 12 agosto 2016 ci siamo incamminati risalendo il sentiero marcato con il numero 5 o 5b, seguendo le indicazione per il Rifugio Arp, lungo uno sterratone che conduce al rifugio in due ore scarse. L'intero sentiero, rifatto nel 2006 e segnato con bolli numerati e frecce gialle, nonché veri e propri totem, è dotato di una segnaletica quasi autostradale. Superata la funivia che sale da Estoul, si incontra presto un bivio di strade, entrambe per il rifugio. Prendendo quella a destra si risparmia qualcosina in termini di tempo. Giunti al rifugio, occorre risalire sulla destra una serie di pratoni che, in pochissimo tempo, conducono a due laghetti, il Valfredda inferiore e quello superiore.
Giunti alle cresta che chiude la valletta sopra i laghi, incontriamo proprio uno degli enormi totem di moderna concezione. A questo punto risaliamo l'erbosa cresta che si inserisce nella dorsale intervalliva, la cresta sud-ovest del Vitello, detritica e caratterizzata da un traverso in pietraia sempre ben segnato da frecce gialle. Qui ora si cammina su detriti e sfasciumi che si alternano a roccette, pietraie e tratti di sentiero ben battuto, evidentemente rifatto di recente. Procedendo sul traverso, si aggira un "dente" roccioso per giungere alla parete ovest del Corno. A questo punto non rimane che risalire con brevi svolte, l'ultimo salto, in linea verticale, che conduce alla vetta.
La lunga cresta erbosa
Guadagnata la vetta, si avrà l'opportunità di ammirare tutte le principali vette che circondano il Vallone di Palasina, il Testa Grigia e, dietro, il gruppo del Monte Rosa, e poi il Cervino, quell'enorme piramide di roccia su cui, qualche giorno fa, è salito un certo Jemie Andrew, un manager scozzese di 47 anni senza gambe e senza braccia, perse in un incidente sul Monte Bianco nel 1999, utilizzando solo le sue protesi e due esperte guide alpine inglesi. Al medico che lo amputò aveva detto: "Vedrai, qui tornerò". E così è stato.
la croce di vetta

martedì 30 giugno 2015

"Questa missione è possibile: scalare il Cervino, passo dopo passo"

Bell'articolo di Enrico Martinet apparso il 28 giugno su "La Stampa" in occasione delle celebrazioni per i 150 anni della conquista del Cervino. Lo riportiamo integralmente.

Sei come su un filo a 4 mila metri e ne hai mille sotto di te, a destra e a sinistra. Cammini sopra un abisso, tra rocce rossastre e dorsi di neve.
«Come un funambolo con lo sguardo nel blu. E poi arriva il sole. L’aurora, la luce bianca, improvvisa. Mi basta questo sole che non può far ombre, perché intorno a me c’è soltanto il vuoto per potermi spingere ancora su questa nostra montagna». Parla Marco Barmasse, guida alpina di 65 anni, figlio e nipote di guide, padre di un’altra, Hervé, che è oggi fra gli alpinisti professionisti più forti. E Marco parla del «suo» Cervino e del momento più bello nell’arrampicata della Cresta del Leone, la via normale sul versante del Sole, quello italiano.

Dice ancora: «E’ lì la meraviglia, ogni volta si ripete. Lì sull’Arête du coq, dove non ci sono difficoltà tecniche e se si è in due si può procedere in conserva, cioè camminando entrambi. Andare incontro al sole dopo aver lasciato le grandi ombre e l’albeggiare di quando si lascia la capanna Carrel». Quel Carrel, Jean-Antoine, detto «il bersagliere», perché con la divisa dell’elmetto con le penne partecipò a due guerre d’indipendenza. Fu lui a salire per primo quella che ancora oggi è la via normale alla montagna. Normale, ma complicata, difficile rispetto a quella che seguì il suo amico rivale, l’inglese Edward Whymper sulla cresta della Hornli, versante svizzero.

In vetta
Marco Barmasse non ricorda neppure quante volte è salito in vetta alla Gran Becca, accanto alla croce dove Mike Bongiorno reclamizzava una grappa nei Caroselli della Rai. Ma il Cervino, e quella sua cresta Sud-Ovest, del Leone, ha un potere seduttivo che attira alpinisti e appassionati da tutto il mondo. Ogni passo ha un nome. E non sono denominazioni che indicano superbia o smisurato orgoglio umano. Ne indicano la storia. Il Cervino è come un libro di alpinismo da sfogliare.
Dice il presidente delle guide, Gérard Ottavio: «Il Cervino mi emoziona sempre. Ha una sacralità proprio per la storia che ha. È un insieme di episodi, aneddoti che s’incrociano con l’epopea dell’alpinismo. Anche per questo, oltre che per la sua bellezza, è fra le mete più ambite». Dalla «Cheminée» in su, grande diedro sprofondato nel caldo dell’estate di febbre del 2003, è un inseguirsi di passaggi obbligati dalla storia del «Bersagliere». E dagli altri grandi esploratori-alpinisti. Ottavio ricorda il «Rocher de l’écriture», dove su una placca di gneiss rossastro Whymper, lo stesso Carrel e Luc Meynet scolpirono i loro nomi con la punta della picca.

L’anno dell’Unità
Sono lì dall’anno che cambiò la storia d’Italia, 1861, l’unità e la volontà di virare in gloria patria, se non in politica, la «conquista del Cervino». Ciò che fecero Carrel e i suoi compagni nel 1865 - concludere la salita della Cresta del Leone - segnò per sempre l’alpinismo. «Nessun abitante delle valli prima di allora - ha ricordato Hervé Barmasse venerdì al festival LetterAltura di Verbania - era riuscito prima di allora a raggiungere una vetta così importante senza clienti, senza la spinta del guadagno».
Una «corsa» cominciata a metà degli Anni 50 dell’Ottocento, l’ossessione di Jean-Antoine Carrel. Oggi quella sua cresta è addomesticata da corde fisse e scale. «Ma salire sul Cervino - dice Gérard Ottavio - resta sempre impegnativo. E la discesa è lunga quanto la salita».

Fascino perenne
Ecco la grande montagna, quella che offre fascino e non lascia tregua. Nonostante ci siano gli aiuti, quelle corde che hanno nomi evocativi, dalla «Sveglia» alla «Jordan». O quel «Vallon des glaçons», che indica piccole stalattiti di ghiaccio che si formano lungo la corda al cambio repentino della temperatura. Ottavio: «Ci sono molti clienti che soggiornano a Zermatt e vengono a fare la traversata, le due creste della storia».
E le altre vie puoi percepirle, fino a scoprire il mistero della grandiosa parete Ovest, un chilometro e mezzo quasi sempre all’ombra. E quando sei lassù, sul Pic Tyndall, una sorta di grande anticima e sull’«Arête du coq», ne avverti la voce: vien fuori improvvisa, aprendo sotto di te un’eco sospesa come un attimo senza tempo.

mercoledì 17 giugno 2015

Cervino, una scala verso il cielo vecchia di 150 anni

Il Cervino visto dall'Alpe Promindoz
Il 14 luglio di quest'anno l'ascensione del Cervino di Whymper compirà 150 anni. Il centenario venne festeggiato da Bonatti nel '65 con l'ennesima impresa, una solitaria invernale sulla parete Nord. Quest'anno le guide svizzere e quelle italiane si daranno appuntamento sulla vetta del "più nobile scoglio d'Europa... del più grande precipizio ed il più forte masso della catena delle Alpi" (John Ruskin), sui suoi 4478 metri illuminati a festa per l'occasione. E lo faranno il giorno 17, giorno di conquista del versante italiano ad opera di Jean-Antoine Carrel. Nel cielo voleranno le frecce tricolori. In valle, migliaia di amanti contempleranno la piramide di roccia e ghiaccio del colosso e la sua meravigliosa testa trapezoidale di 70 metri, nata nel fondo del mare e scaraventata lassù dalle forze continentali del pianeta.

giovedì 7 agosto 2014

Accadeva oggi, 228 anni fa


Michel Paccard

L'8 agosto 1786 Michel Gabriel Paccard raggiunge la vetta, seguito da Jacques Balmat che se ne assunse la gloria.

Un articolo di Umberto Pelazza pubblicato sulla rivista L'Alpino (settembre 2002)

Nell'anno internazionale della montagna, una diretta di oltre due secoli fa ci introduce nel vivo delle vicende che hanno portato alla conquista della vetta più alta delle Alpi e dato origine all'alpinismo moderno. La dobbiamo al cannocchiale cui rimase incollato un giorno intero il barone prussiano Adolf von Gersdorff, di passaggio a Chamonix, e alla teutonica precisione del resoconto che ne seguì, integrato dall'intervista col vincitore. “Ho sentito dire che il dottor Paccard, insieme a un giovanotto di nome Jacques Balmat... partito ieri a mezzogiorno, ha pernottato in una capanna di pastori... ed stato visto oggi mentre saliva”.
È l'8 agosto 1786: da pochi decenni le montagne si sono scrollate di dosso draghi e grifoni, i fragili e ingombranti barometri dei pionieri annunciano i primi scricchiolii e le ascensioni stanno per diventare fine a se stesse. Hanno ripreso il cammino all'alba e attraversato la Mer de Glace... sono saliti su ripide pareti di neve e ghiaccio hanno superato parecchi crepacci coperti di neve fresca che allora non si sondavano con la dovuta attenzione (la piccozza era sconosciuta, sostituita a volte da un'ascia per gradinare). Se erano aperti si varcavano per mezzo di scale, indispensabili per le comitive, o alla bell'e meglio, con i lunghi bastoni ferrati appaiati a mo' di ponticello. Contro le valanghe ci si affidava al buon Dio. I nostri due eroi calzavano scarpe chiodate e ghette; non avevano la corda, considerata da molti un ripiego umiliante e ingombrante.
La silhouette del Monte Bianco era comparsa per la prima volta nella Pesca miracolosa, dipinto del XV secolo conservato nel museo di Ginevra, la città dove uno studioso di ricca e aristocratica famiglia, H. de Saussure, già nel 1760 aveva promesso una ricompensa a chi avesse scoperto per lui e il suo barometro la via per giungere alla vetta. I tentativi si susseguirono per anni. Chiamato così dal 1744, il Monte Bianco si innalzava nel bel mezzo del montuoso Regno di Sardegna: i sovrani di Casa Savoia, i portieri delle Alpi, ne erano quindi i legittimi proprietari, ma assolutamente incuranti della sua esistenza. Il loro suddito ventinovenne Michel Gabriel Paccard, la cui partenza aveva preso tutti in contropiede, era uno chamoniardo puro sangue, laureato in medicina all'Università di Torino e medico del Comune. Appassionato di flora e geologia alpina, gran camminatore, aveva percorso in lungo e in largo la valle dell'Arve con cacciatori di camosci e cercatori di cristalli, a volte riuniti in una sola persona, come nel caso del ventiquattrenne Jacques Balmat (anche sfortunato cercatore d'oro), ben presto adocchiato come portatore. Continue e meticolose osservazioni col cannocchiale gli avevano suggerito un ben definito itinerario.
Fecero sosta verso mezzogiorno e a un certo punto Balmat si mostrò titubante: voleva tornare indietro perché la figlia di pochi giorni era malata. Paccard, che non ne era al corrente, non voleva prestargli fede e con fatica convinse il compagno a proseguire. Dovrà ricredersi: la piccola Judith morì lo stesso giorno. Si tengono a sinistra sulla dorsale dietro la quale scompaiono per ritornare visibili sotto grandi rocce. Alle 17 si fermano un poco e si rimettono in movimento alle 17,45; ogni tanto si riposano e si danno il cambio in testa. La cima non lontana e gli spettatori, accalcati sul poggio-osservatorio che sovrasta Chamonix, vedono distintamente Paccard alleggerire Balmat di parte del carico, inseguire invano il suo cappello che ha preso il volo verso l'Italia e proseguire di corsa verso la vetta, che raggiunge alle 18,23, mentre il portatore, che lo segue zigzagando, arriva subito dopo. Son passate 14 ore e mezza dalla partenza. Prendono possesso della sommità piantando nella neve un bastoncino con un fazzoletto rosso annodato, tentano invano di trovare un riparo dal vento o di mandare giù l'arrosto indurito dal gelo; fallisce anche il tentativo di misurare la quota raggiunta a causa di un'anomalia del barometro. Nessuna frase da tramandare ai posteri: della giornata rimarrà una sola telegrafica annotazione del vincitore a rientro avvenuto: “Nostro viaggio dell'8 agosto 1786. Arrivati ore 6,23 della sera, ripartiti ore 6,57, rimasti per 34 minuti”.
L'itinerario di Paccard e Balmat
La discesa avviene a scivoloni, frenando e curvando a raspa con l'alpenstock, ma la parziale cecità provocata dal riflesso della neve costringe spesso Paccard ad appoggiarsi al compagno. Dopo 4 ore e mezza, sotto un magnifico chiaro di luna, si trovano davanti alla capanna da cui erano partiti all'alba e dopo una notte di sonno irrequieto, alle 8 del mattino rientrano a Chamonix. Con Balmat, che si precipita a Ginevra per riscuotere la ricompensa e de Saussure che lo assolda per la sua spedizione, si chiude la parte avventurosa dell'impresa.
Ma a tingere di giallo le nevi del Bianco ecco sopraggiungere sulla scena il guastafeste, impersonato da Marc Thodore Bourrit, scrittore ginevrino, autodefinitosi l'infaticabile. Personaggio poliedrico, e per certi aspetti geniale, introdotto e intrigante, aspirante alla gloria delle cime ma incapace fino al ridicolo, punta immediatamente i suoi strali contro l'intruso, quel medico di campagna che mette in pericolo il suo monopolio nella gestione dell' affaire Mont Blanc. Ma il rimedio c'è: rimuoverlo dalla scena attribuendo al povero Balmat tutto il merito dell'ascensione. Sarebbe stato lui a tracciare la strada, lui il primo a giungere in vetta, lui a ridiscendere per incoraggiarlo e aiutarlo: per tutta ricompensa si è visto defraudato del compenso pattuito. Asserzioni esattamente all'opposto della dichiarazione giurata dello stesso Balmat, pubblicata sulla Gazzetta di Losanna: “... senza il passo da lui tenuto non saremmo mai giunti in vetta... mi ha preso parte del carico, ha affrontato con decisione l'ultimo pendio, dovetti correre per giungere quasi contemporaneamente a lui, mi ha fornito il vitto e mi ha pagato”. Tutto fu inutile e lo sarà anche la relazione di Paccard preparata per la stampa e con pretesti vari mai pubblicata (ma l'editore era il cognato di Bourrit!). La campagna di diffamazione continuò e contagiò a tal punto Balmat da fargli credere di essere stato veramente truffato; uscito ubriaco dall'osteria e imbattutosi nel suo compagno d'ascensione, cominciò a ingiuriarlo così grossolanamente che questi, persa la pazienza, lo scaraventò a terra con due pugni. Ma dopo la morte del dottore, avvenuta nel 1827, poté arricchire e divulgare a man salva la sua versione dei fatti senza timor di smentite.
Balmat, inseguendo la chimera dell'oro, cadde in un profondo dirupo e non fu più ritrovato. E de Saussure? Rimase formalmente estraneo al contenzioso, tutto preso dalla sua ascensione, che portò felicemente a termine un anno dopo la prima: 18 fra guide, portatori, un cameriere personale, provvigioni da spedizione himalayana, un lettino pieghevole con materasso. Lui in redingote: noblesse oblige. Per oltre un secolo il conquistatore del Monte Bianco, per il mondo scientifico che contava, sarà lui. Paccard, non pungolato da interessi al di fuori del successo personale e Balmat, tutto teso alla notorietà e al guadagno, cadranno al rango di apripista. A Chamonix il monumento in bronzo del centenario della conquista, privo del vero vincitore, porta infatti la data del 1887. Soltanto all'inizio del XX secolo la scoperta del diario di von Gersdorff e di altri documenti in vari archivi, pubblicati nel 1975 da Graham Brown e De Beer nel volume La prima conquista del Monte Bianco, pose fine alla querelle, riconoscendo il primato di Paccard, confermato poi dal monumento riparatore, erettogli nel bicentenario con la data esatta, 1986.


lunedì 28 luglio 2014

Punta Basei (3338 m. slm)

Lo spendido anfiteatro glaciale della Punta Basei
La torre sommitale
La Punta Basei, un pensiero sfiorato da qualche anno e finalmente realizzato in compagnia di Francesco il 27 luglio 2014. Un ritorno, dunque, sulle Alpi Graie del parco del Gran Paradiso, dopo il Taou Blanc e la Punta Violetta, per questa Punta di 3338 m. collocata tra la Val di Rhêmes (Valle d'Aosta) e la Valle Orco (Piemonte), sopra il lago Serrù ed il lago Agnel: un’escursione facile (in assenza di neve), di dislivello contenuto, su sentiero, pietraia e terreno roccioso e che termina su una facile cresta ed un salto di roccia facilitato da una corda fissa. In vetta, un panorama superlativo, a 360 gradi, sul Gran Paradiso e sulle cime canavesane, savoiarde e valdostane. Tempo di salita: poco meno di 3 ore.
In vetta
Si giunge ai laghi del Nivolet e si lascia l'auto al Rifugio Savoia (2532 m.) per imboccare uno dei tanti sentieri che conducono sui pratoni dei laghi Rosset e Leytaz (segnavia gialli); dopo dieci minuti si incontra l’alpeggio Riva (2590 m.), lo si lascia sulla destra e si attraversa la piccola cascatella del rio Rosset. Il sentiero conduce al lago Leytaz e lì, una freccia, indica la deviazione per il Colle di Nivoletta e per la Punta Basei. Ci si incammina sul sentiero ben tracciato (segnavia rossi) fino a superare un prima ripida spalla erbosa. Quassù è molto probabile incrociare uno stambecco che 'bruca pietre' su un cono detritico o sorprendere un camoscio che scruta gli ominidi per poi andarsene senza fretta (2850): questo è il Parco del Gran Paradiso! Tra pianori e pietraie occorre compiere un lungo semicerchio verso sud-ovest, attorno all’anfiteatro detritico sovrastato dalla Gran Vaudala, guadagnando solo pochi metri di quota, fino all'inizio di una zona composta da ampi gradoni rocciosi e sfasciumi e dove numerosi ometti guidano, tra rocce e nevai residui fino, fin sul Col Basei (3175 m.). Impressiona pensare che fino a pochi anni fa questa zona era tutta glaciale.
Dopo uno sguardo al grande ometto sul colle, si prosegue sulla cresta che porta in pochi minuti al Col di Nivoletta, in direzione sud, a destra del ridotto ghiacciaio Basei e, da qui, verso l'ultimo salto roccioso, alto circa 15 m, affrontabile dal versante est. Qui è possibile trovare un po’ di verglass. Scavallando sulla sinistra, si può ammirirare la caratteristica “finestra” del Basei, e giungere rapidamente alla paretina finale (passaggio di II grado) facilitata da una corda fissa. Ancora pochi passi e si viene accolti dalla croce di vetta (3338 m.). Dalla vetta il panorama è impressionante: da sud verso sud-ovest la Galisia, la Punta Calabre, il Tsanteleynaz, la Granta Parey e la Grande Traversiere. Ad est la Grivola e le vette del Gran Paradiso, spendida corona ai sottostanti laghi del Nivolet. L’imponente Monte Bianco vi guarderà affacciato fra le cime della Valle d'Aosta.

Un camoscio del Gran Paradiso


lunedì 15 luglio 2013

Monte Gran Sometta (3166 m.)

Il Cervino dalla Gran Sometta
La Gran Sometta (o Somettaz) è un monte valdostano di 3166 m.s.l.m. sullo spartiacque che divide la Val d'Ayas con la Valtournenche. Dunque, parliamo di una bella punta della Val'Aostra, sui contrafforti del Monte Rosa, nelle Alpi Pennine.
Partiti l'11 luglio 2013 dalla località Cielo Alto, sopra Breuil-Cervinia, ad una quota di circa 2100, io e Francesco abbiamo subito imboccato un sentiero che, dal retro dell'ultimo residence, conduce rapidamente a quota 2400 dove si incontra, all'altezza degli impianti di risalita del Bec Pio Merlo, il tracciolino (piccola ferrovia) che servì alla costruzione della diga del Lago Goillet. Abbiamo proseguito camminando comodamente tra i binari della decauville fino alla strazione terminale dell'Alpe Promindoz dove, il 19 luglio 2000, Papa Giovanni Paolo II si fermò per contemplare la maestosità del Cervino seduto sotto un comodo gazebo (l'evento è ricordato da una targa, un cerchio di pietre che ne indica il punto e una piccola cappellina vetrata contenente una madonnina denominata Notre Dame de la Garde). Da qui abbiamo continuato l'avvicinamento al monte percorrendo la larga sterrata, persino asfaltata in alcuni punti, fino ad incontrare sulla sinistra il bollo giallo che indica il sentiero numero 21, esattamente di fronte alla malga Cleva de la Seyvaz.
Alpe Promindoz, N. Dame de la Garde
Da qui procediamo su ampi dossi erbosi, su sentiero ben segnato da tacche e da bolli gialli, perdendo e riguadagnando quota un paio di volte, fino al Gran Plan, la stazione sciistica delle Cime Bianche.
A questo punto, camminando un po' si ampi pendii ed un po' sulla strada di servizio delle piste sciistiche, giungiamo sul Colle inferiore delle Cime Bianche (2896 m.), punto di approdo dell'omonima seggiovia.
Giunti sul Colle, a sinistra, in corrispondenza dell'ultimo pilone, una debole traccia ci permette di guadagnare la cresta della gran Sometta, prima mediante un ripidissimo sentiero che si inespica sulla spalla erbosa del monte, poi con una debole traccia sugli ultimi pendii detritici ed infine con arrampicata finale sulle roccette terminali.
Giungiamo così in cima dove ci attende una bianchissima stauta della Vergine di circa un metro, un libro di vetta (da cui aprrendiamo di essere stati i primi salitori della stagione estiva 2013 e secondi dell'anno) ed un panorama straordinario che consente una vista spaziale dal Cervino al massiccio del Rosa, con il Breithorn ed il Piccolo Cervino in bella evidenza.


In sintesi, giornata di sole stupenda, totale assenza di vento, qualche nevaio di inizio stagione, percorso di avvicinamento bello fino agli impianti sciistici, tratto finale dal colle alla vetta impegnativo, panorama dalla vetta sublime. Di contro, desolate salita su stradone sterrato tra una deprimente seggiovia ed orribili strutture per l'innevamento artificiale (chi tuttavia ama sciare d'inverno, come il sottoscritto, non dovrebbe lamentarsi troppo!!).
In vetta alla Gran Sometta

martedì 28 agosto 2012

Taou Blanc (3438 m.)

Per gli amanti della fatica in zone selvagge e scarsamente antropizzate, l'area del Nivolet rappresenta uno straordinario palcoscenico di laghetti ed alte vette, un maestoso ambiente d'alta quota coronato dai ghiacciai e dalle alte cime delle Levanne e della Grivola, sù per l'altopiano (6 km di estensione, uno dei maggiori delle Alpi) della Valle Locana o dell'Orco. Uno dei sentieri che solcano questa panoramica area del Nivolet attraverso torbiere e dossi erbosi, ghiaioni e nevai, conduce l'escursionista fino alla cima del Taou Blanc, un fantastico punto di osservazione di fronte al Gran Paradiso, alle principali punte della Val d'Aosta e del vicino Piemonte.
Scorcio sul Gran Paradiso
Si può partire dal Rifugio Savoia (2530 m.) - una delle cinque case di caccia fatte costruire da Vittorio Emanuele II - situato sulle rive dei due laghi del Nivolet. Un sentiero alle spalle del rifugio conduce rapidamente al vicino alpeggio Riva e prosegue verso i piani di Rosset, un pianoro punteggiato di laghetti tra i quali il Rosset, un lago caratterizzato da un piccolo isolotto conosciuto con il nome di "cappello d'alpino" (2700 m.).
Tenendo la sponda orientale del laghetto si svolta a destra e si risalgono un paio di dossi erbosi e, successivamente, un costone detritico di erba rada fino ai piccoli laghetti di Chanavey. Una cresta rocciosa scende dalla punta Bes. Aggirandola si giunge al vallone del Leynir, un vallonetto solcato dall'omonimo torrente. Superato il torrente (2930 m.), il sentiero conduce fin sul colle del Leynir (3090 m.). Da qui la vista può finalmente spaziare sulla Val di Rhemes e sul ghiacciaio della Vaudalettaz.
Il Col Leynir
Giunti sulla sella del Leynir si prosegue a destra. Occorre risalire il pendio di sfasciumi fino ad una comoda balza rocciosa per poi proseguire lungo la dorsale sud del Taou Blanc dove si incontrano alcune facili roccette superabili agevolmente con qualche passo di arrampicata. Ancora pochi passi e si giunge in vetta (3438 m.) da dove, come già segnalato, è possibile ammirare il ghiacciaio di Aouille, le cime del Gran Paradiso e del Ciarforon (a est), la Grivola (a nord), la Granta Parei, la Grande Traversière e la Grande Rousse (a ovest), il Ruitor e il Monte Bianco (a nordovest) e le Levanne (a sud). Secondo alcuni il nome Taou Blanc deriverebbe dall'uso valdostano di chiamare così la roccia calcarea, giallastra.
Il panorama dalla vetta
Sono salito sul Taou Blanc il 15 luglio 2012 con un leggero fastidio al ginocchio e un notevole mal di denti: a 2700 m. tutti i dolorini scomparvero. Potere della montagna! Azzeccai una giornata di sole e vento, un po' freddina, con una temperatura costante tra i 7 ed i 9 gradi. Il paesaggio, se non fosse stato per il cielo azzurro e la presenza di qualche nevaio, sarebbe parso di natura lunare.
Di ritorno dalla vetta, sul colle trovai una targa che recitava: "Misuratevi con le altezze di Dio". Fu bello trovare in montagna un pensiero sull'Autore di tutto ciò. Presso i laghi, un manto di stelle alpine ed un paesaggio ricco di emozioni. Ripensai ai vantaggi e agli svantaggi di andar per monti in solitudine: salendo da solo c'è indubbiamente più libertà di scelta ma le discese sono spesso caratterizzate da una noia nostalgica.
Panorama sul Gruppo del Gran Paradiso

venerdì 3 agosto 2012

Il Monte Colmet (3024 m.)

Il lago d'Arpy
Chi giunge in auto al colle S. Carlo (2024 m.) da Morgex (Valle d'Aosta) può facilmente giungere al lago d'Arpy mediante una comoda strada interpoderale nell'omonimo vallone e godere di una vista sul massiccio del Monte Bianco impareggiabile. Ma se vuol godere tre volte tanto, deve percorrere il sentiero che corre lungo la sponda destra del lago e risalire i tre salti di roccia, arricchiti da altrettante cascate, fino allo splendido lago di Pietra Rossa (il sentiero corre sul lato orografico destro del torrente), un terrazzo da sogno su un gradino di rocce montonate a 2500 m. di quota. Il tracciato, a dir la verità, in alcuni punti sembra più una scala di un condominio che un sentiero: si vede che qualcuno ha persino intagliato e collocato dei gradini di pietra sui punti più ripidi. Da questo secondo lago la vista potrà finalmente spaziare sull'intero massiccio, dal Bianco (4810 m.) fino alle cime de Les Grandes Jorassas (4208).
Il lago di Pietra Rossa
Al lago termina il sentiero. Se non si è ancora contenti e si decide di salire ancora più in alto, come il 29 luglio 2011 venne in mente a me e a mio fratello Francesco, occorre proseguire l'escursione cercando di individuare gli ometti di pietra disseminati qua e là - a dire il vero, senza un logico criterio - lungo la vasta morena che conduce in cima al Monte Colmet. Si scoprirà che gli ometti vorrebbero guidare l'ignaro escursionista attraverso un ripido dedalo di pietrame, gradini rocciosi e rocce montonate senza tuttavia riuscirci. Occorre comunque giungere ad una spalla detritica  che anticipa l'arrivo sul Colle della Croce (2981 m.), un'insellatura che divide le due cime del Monte Colmet. Sul colle si noterà subito il ricovero, ormai abbandonato, del Tenente Chabloz. Il nostro montanaro, potrà vedere qua e là alcune casermette fatte costruire dal Reale Esercito del Regno di Sardegna ai tempi degli 'scherzetti' che i piemontesi si scambiavano reciprocamente con i cugini transalpini. Chiunque potrà accorgersi che la cima più suggestiva è la Sud (3024 m.); occorrerà solo percorrere la cresta sul lato orientale, prima detritica, poi esile e rocciosa. Dalla vetta potrà inebriarsi di un panorama unico sui ghiacciai della Valle d'Aosta. Potrà persino pensare di poter toccare con una mano il ghiacciaio del Rutor.
La vetta con alle spalle i ghiacciai del Rutor
La vista del ghiacciaio sarà emozionante. Si riuscirà a distinguere distintamente tutte le principali punte: il Monte Chateau Blanc (3408 m.), la Testa del Rutor (3486 m.), la Becca du Lac (3396 m.), il Grande Assaly (3174 m.)... D'altra parte, questo è un 3000! La foto delle punte del Bianco viste dal lago, invece, è già stata postata con in tag "Conosci le montagne".
Per scendere, occorrerà rifare il tragitto al contrario, con il vantaggio però di poter osservare le cascate con il sole alle spalle. Sarà l'ennesima chicca regalatagli dal monte Colmet.
I fratelli Magagna sul Colmet